L'esperienza insegna che quando un fuoriclasse lascia la band, nonostante il passare degli anni, prima o poi il numero riesce a smazzarlo. E di fuoriclasse per i quali vale questa legge, la new wave, tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80, ne ha sfornati diversi. Artisti apprezzati con i loro gruppi che in seguito hanno intrapreso una carriera solista, nel corso della quale spesso hanno dato il meglio (non tutti però).
Il caso più emblematico è quello di David Sylvian, creatore di opere meravigliose realizzate dopo lo scioglimento dei Japan; un po' meno brillante la carriera di John Foxx, che dopo l'uscita dagli Ultravox è riuscito a sfornare un disco futuristico e affascinante come Metamatic, per poi smarrire l'ispirazione; un caso particolare è quello di David Byrne, artista a tutto tondo che finita l'avventura irripetibile con i Talking Heads, non si è dedicato esclusivamente alla musica. Non si possono però non citare My life in the bush of ghosts, album imprescindibile, frutto della collaborazione con Brian Eno (altro esempio di felice dissidenza dalla band di origine) e Rei Momo, disco in cui ha elaborato splendidamente la sua passione per le sonorità brasiliane e afro-cubane. Non ho mai potuto invece soffrire la carriera solista di Sting: molto, ma molto meglio coi Police.
Eccoci dunque a
Peter Murphy, leggendario frontman dei Bauhaus, il gruppo goth per eccelenza. Lo vidi ai tempi di
In The Flat Field, esibirsi dal vivo con la band in stato di grazia: a metà show si arrampicò pericolosamente sui supporti delle luci e cominciò a cantare testa in giù aggrappato solo con le gambe come un pipistrello. Una vera potenza e uno dei concerti più entusiasmanti mai visti.
Con lo scioglimento del gruppo nel 1983 iniziò anche lui la carriera solista con alti (ad esempio
Deep del 1989) e bassi. Dopo sette anni di silenzio è appena uscito
Ninth; la prima impressione è buona come pure positive le recensioni che ho letto.