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lunedì 20 maggio 2019

A nin pos piò (I can't stand it anymore)

I film con/dei/sui supereroi.

Prendili a casa tua.

Le pubblicità di profumi e auto.

Il tipo che quando passo al mattino ascolta sempre dalla cassa nello zaino della trap di merda.

E sempre a proposito di musica di merda: la Lounge Music. 
Dall'inglese (atrio o salotto). Genere musicale sfrantamaroni che si propone di evocare negli ascoltatori la sensazione di essere in un posto tranquillo, isole paradisiache o altri spazi, utilizzando temi tranquilli. 
Bene, ero a fare la spesa e in sottofondo c'era una versione lounge di The rythm of the night. La reazione in me suscitata era di procurarmi una mazza e devastare tutti gli scaffali.

"Lo dico da papà"
E' proprio vero che a volte per riconoscere un coglione bastano quattro parole...

Come si dice non ne posso più dalle vostre parti ?

venerdì 19 aprile 2019

Lost & Found: A Certain Ratio, Talking Heads e una cover riemersa 40 anni dopo

A Certain Ratio agli Strawberry Studios con Grace Jones


















A Certain Ratio, storica band di Manchester della Factory Records, festeggia il 40° anniversario quest'anno con un nuovo cofanetto dal titolo ACR: BOX con 20 tracce inedite. Sono allergico ai cofanetti celebrativi, ma in questo c'è la sorpresa come nell'uovo di Pasqua: una cover che unisce due fra le mie più grandi passioni musicali di sempre: A Certain Ratio e Talking Heads. 
Il brano in questione e uno di quelli che hanno tracciato l'evoluzione della musica negli anni '80 insieme all'album di cui fa parte: sto parlando di House in Motion da Remain in Light. Nel progetto originale doveva esserci la collaborazione di Grace Jones che però all'epoca non completò il suo take, ma ora la traccia è stata conclusa ripescando la registrazione originale e il risultato è stre-pi-to-so, video compreso.

House in Motion - Talking Heads, 1980 (A Certain Ratio cover)

giovedì 14 marzo 2019

Cult album: Alan Sorrenti e gli anni dei cantautori

I più giovani forse conoscono solo la parte di carriera fighetta con il successo commerciale di Figli delle Stelle, ma i primi tre album di Alan Sorrenti (1972-73-74) sono di un livello notevole con fior fiore di musicisti come Jean Luc Ponty (violino) e David Jackson dei Van Der Graaf Generator al flauto. Aria poi fu un esordio visionario: uno dei dischi più alti della stagione prog-folk e cantautorale. Harvest (storica etichetta fondata nel 1969) lo mandò in tour con i Pink Floyd per alcuni concerti. Vorrei incontrarti, prima traccia del lato B, è stata una delle prime canzoni che ho imparato a suonare con la chitarra e resta ancora oggi una delle più belle e toccanti ballate intimiste della musica italiana. Alan Sorrenti può essere considerato un cantautore sui generis, ma volendo fare una panoramica generale su quegli anni centrali del decennio '70, abbiamo una serie di album che hanno lasciato un segno indelebile nella storia della musica italiana: una produzione eccezionale che ha nutrito la mia generazione. Si suonava sempre e ovunque, in ogni luogo e situazione; così fino al 1977, anno che rappresenta uno spartiacque oltre che un momento di rottura. Con l'esplosione del punk e di tutto ciò che ne conseguì, si passò in un amen dalla chitarra acustica a quella elettrica. Non dico che rinnegai i cantautori e con loro un'intera stagione, però li dimenticai in un angolo, per poi recuperarne il valore e comprenderne anche meglio i testi in età più adulta.

I miei preferiti di quel periodo
Giorgio Gaber - Far finta di essere sani (1973)
Fabrizio De André - Storia di un impiegato (1973)
Lucio Battisti - Anima Latina (1974)
Francesco De Gregori - Rimmel (1975)
Edoardo Bennato - Io che non sono l'imperatore (1975)
Claudio Lolli - Ho visto anche degli zingari felici (1976)
Francesco Guccini - Via Paolo Fabbri 43 (1976)
Eugenio Finardi - Sugo (1976)
Ivan Graziani - I Lupi (1977)
Lucio Dalla - Com'è profondo il mare (1977)

domenica 15 gennaio 2017

Per scaldarsi in queste inclementi giornate di gennaio

Lost and Found
Beth Gibbons & Rustin Man - Out Of Season


Sono appena usciti tre album che aspettavo: XX, Sohn e Baustelle, ma non ho fretta di tuffarmi in nuovi ascolti. Da quel pozzo senza fondo che è diventato la mia memoria esterna è riapparsa questa meraviglia, archiviata tempo fa forse proprio per scaldarmi in queste inclementi giornate di gennaio.
Se Tom The Model non vi procura neanche un minimo sussulto, l'aridità vi sta prosciugando. Winter is coming.


Il titolo dice tutto: il disco uscito dalla voce di Beth Gibbons, cantante dei Portishead, e dalle mani di Paul Webb, ex Talk Talk e compagno di lei nella vita, è fuori stagione. Che non vuol dire fuori moda, perché una moda, qui, non è neppure concepita. Significa, semplicemente, fuori dal tempo. Pubblicato nel 2002, questo album potrebbe appartenere a qualsiasi epoca, persino agli anni Venti o Trenta (basti ascoltare le sonorità retrò di “Tom The Model”). E tale prerogativa, si capisce, è propria soltanto di pochissimi eletti dischi: i migliori.  storiadellamusica

È un album emozionante, questo "Out Of Season". Emozionante perché la voce di Beth Gibbons spazia tra amori, desideri, gioia di vivere, fragilità con una capacità che sicuramente non è inferiore a quella che già conoscevamo, ed anzi forse la cantante di Bristol qui raggiunge vette tali da farci chiedere se sia giusto che simili delizie ci debbano essere donate così di rado, o se forse è giusto e inevitabile così.  ondarock

giovedì 18 luglio 2013

Robert Fripp - Exposure

Capita a volte che la mia memoria musicale, come una roulette del tempo, faccia uscire il nome di un disco dimenticato per anni e con esso la voglia di riascoltarlo. Per fortuna la rete placa velocemente questa sete, anche perché il vinile è sparito dalla mia collezione: ricordo che rimase per un intero pomeriggio d'estate sul cruscotto dell'auto deformandosi irrimediabilmente con più ondulazioni che lo resero inascoltabile.  
Quando nel 1979 la new wave sovvertì il panorama musicale mondiale, c'era chi era pronto e chi no. Fripp, musicista da sempre attento alle novità e pronto a sperimentare, uscì con questo album solista: un mosaico di generi in cui sintetizza il suo grande talento attorniato da collaboratori come Peter Hammil (Van Der Graaf Generator), Brian Eno e Peter Gabriel che gli regala due brani, qui riadattati in maniera portentosa: Exposure in una trascinante versione funk reinterpretata dalla voce devastante di Terre Roche e Here Comes the Flood in una versione ancora più intensa dell'originale. Due capolavori agli opposti: schizzato il primo, dolcissimo il secondo. Nel complesso un disco che si colloca in quell'ambito di sperimentazione e rinnovamento che rese entusiasmante il paesaggio musicale dalla fine degli anni '70 ai primi '80.
Nel 2006 l'album è stato ripubblicato in versione CD con 5 tracce in più in versione alternative. Per chi volesse approfondire c'è una buona pagina di wikipedia.


lunedì 2 gennaio 2012

Carmel and Rachel



In attesa che l'anno nuovo ci porti novità musicali degne d'interesse, facciamo un salto in un passato abbastanza recente fra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90, quando queste due raffinate cantanti inglesi uscirono con due dischi che in quel periodo ascoltavo con piacere. Chissà se qualcuno se le ricorda: la prima è Carmel McCourt, nome d'arte Carmel, con l'album Everybody's Got a Little...Soul; musica di difficile catalogazione blues, jazz e soul ben amalgamati in una proposta originale. La seconda è Rachel Morrison che con i Bliss, band fondata a Coventry nel 1986, (da non confondere con gli omonimi e più giovani danesi) pubblicò nel 1991 A Change in the weather, con la famosa hit Watching over me.
Ma che fine hanno fatto? Anche i dischi non sono facili da rintracciare: di Bliss ho il cd originale, mentre Carmel avevo solo la cassetta e nel tentativo d'acquisto guardate un po' cosa ho trovato su amazon?

Evidentemente non è mai stato ristampato, perciò meglio ricorrere al dono di una befana anticipata. (Nei commenti)
.

lunedì 11 luglio 2011

True Stories

Tra musical e finto documentario, in questo film del 1986 (in piena era Reagan) David Byrne ci racconta le storie degli abitanti di Virgil nel Texas, intenti ad organizzare i festeggiamenti per il 150° anniversario della fondazione della cittadina. "Campioni incolpevoli di una nazione che ha abolito ogni distinzione tra normalità e follia" (Serge Daney). Byrne dichiarò di essersi ispirato a fatti di cronaca letti su giornali locali, che lo avevano colpito. Con il cappello da cowboy e il cravattino di cuoio, come un antropologo si aggira per il paese entrando in contatto con un'umanità varia in un viaggio nella profonda provincia americana; allucinante e al tempo stesso realistico. 

Due scene cult:
Memorabile John Goodman, cuore solitario che vive con la scritta Wife Wanted sul prato davanti casa e che in People Like Us canta:
We don't want freedom
We don't want justice
We just want someone to love.




La sfilata di moda surreale, trionfo del kitsch supremo.



Lo vidi due volte di seguito quando lo proiettammo, alla fine degli anni '80, in una rassegna estiva di film musicali da me organizzata e mi piacerebbe rivederlo ancora, se non fosse che è quasi introvabile in italiano. Per ora solo su ebay sono riuscito a recuperare una versione su VHS. In rete, nei vari circuiti, si trova la versione americana. Un cult da avere nella cineteca personale.
It's like 60 minutes on acid (autointervista di D. Byrne).

martedì 29 giugno 2010

Bush Tetras - Boom in the night

Riordinando il mio studio è rispuntato un vecchio 45 giri dei Bush Tetras. Era un gruppo underground della scena no wave newyorkese dei primi anni '80. In quegli anni pubblicarono tre EP che tempo fa sono stati raccolti in un unico CD intitolato Boom in the night. Il loro sound era una miscela ipnotica di tribalismo dark-funk, con un basso bello pompante, riff dissonanti di chitarra (a tratti distorta e a volte funkeggiante) e la voce di Cynthia Sley sempre a metà fra cantato e recitato. Il genere di musica che mi piaceva suonare con il mio gruppo.
Parentele più strette con la scena inglese del periodo: A Certain Ratio, Slits, Pop Group, Gang of four.

lunedì 23 novembre 2009

Joni Mitchell - The Hissing of summer lawns 1975

A certi dischi si resta legati da un filo invisibile, attraverso strani meccanismi tra cui spesso quelli affettivi.
Nel 2002 ero in vacanza a Londra e stavo spulciando i CD in un negozietto a Greenvich Village, quando riscoprii dopo più di vent'anni di oblio questo disco. Lo comprai subito in preda ad un mix di ricordi e nostalgia: lo collegai istintivamente a due cari amici ormai lontani (fratello e sorella) miei compagni di viaggio e d'avventura e come me grandi appassionati di musica. A suo tempo mi piaceva, ma mi sembrava troppo freddo e preferivo il più classico Blue. Una volta tornato a casa, nel riascoltarlo ne sono rimasto affascinato. Un disco che - non solo a mio modo di vedere - ha precorso i tempi ed è ancora oggi di una modernità incredibile. Forse per questo all'epoca non fu particolarmente apprezzato: nè dalla critica, nè dai fan (vendite bassissime). Un uso magico del piano elettrico Rhodes, il contributo dei migliori strumentisti della West Coast dell'epoca (John Guerin, Joe Sample, Larry Carlton, Robben Ford, Jeff Baxter, Chuck Findley, Victor Feldman) e la voce di Joni Mitchell, hanno prodotto uno scrigno di raffinatezze. Fin dal primo brano, In France they kiss on main street, che vede la presenza vocale di Crosby, Nash e James Taylor, si viene colpiti dall'originalità delle armonie e dalla qualità degli arrangiamenti. Questo è l'album che segna il passaggio dalla fase folk, allo sviluppo di nuove sonorità, in primis il jazz, ma anche sperimentazioni fra cui ad esempio il campionamento di tamburi tribali del Burundi (Jungle line). Lost and found.

martedì 21 luglio 2009

Grace Slick - Manhole 1974


Giovanissimo, frequentavo Radio Graal, un avamposto freak della Bassa Romagna che come Radio Alice a Bologna dava spazio a chi avesse voglia di trasmettere. In quel periodo scoprii questo disco per caso quando il mitico (ahimé fu) Alfredo mise sul piatto, senza tante presentazioni un brano di quindici minuti. Da allora è entrato nel mio cuore e in quello di F. che spesso, quando l'ascoltiamo, canta imperterrita a squarciagola nonostante i miei rimbrotti e le mie lamentele.
Manhole è il primo album solista di Grace Slick, prototipo di donna e cantante da clonare nonché icona ribelle e sensuale del Flower Power. L'album fu concepito come colonna sonora per un film mai realizzato, mentre da una costola dei Jefferson stavano nascendo gli Hot Tuna. La prima facciata è occupata dal brano introduttivo Jay seguito da un capolavoro senza tempo: Manhole- Theme From The Movie, una suite di 15 minuti con l'accompagnamento della London Symphony Orchestra, che si dipana potente e delicata allo stesso tempo. La vocalità di Grace esplode in tutte le sue sfaccettature: lirismo, passione e sensualità sorretti da un cantato in cui si alternano inglese e spagnolo. Solo questo brano vale tutto l'album; entra sottopelle e non se ne va più. Le altre canzoni, pure buone, (come ad esempio il blues avvolgente di Better Layin Down) rischiano di sparire di fronte a questa composizione, che si chiude con questi versi:
Don't tie me down I want to run
Give me the sun.
Don't tie me down I want to run
Give me the sun.
And if you see - You think I'm just about to leave,
You can follow me
But I'm already gone.

mercoledì 24 giugno 2009

Der Mussolini e le discoteche alternative


Da giovanissimo detestavo le discoteche: mi faceva schifo la musica, ma soprattutto la gente che le frequentava. Le sere in cui i pochi amici con la macchina a disposizione sparivano, preferivo passarle al nostro covo a bere Bianco Sarti o altre preistoriche bevande economiche con gli altri appiedati, scandendo ad ogni bicchiere "Mette il fuoco nelle vene", come avvenne una sera in cui ci riducemmo veramente male. La situazione cambiò radicalmente quando all'inizio degli anni '80 cominciarono a spuntare locali, diciamo così, alternativi alle discoteche fighette. Il venerdì sera c'era il Verde Luna a Imola, ma il mio locale preferito era l'Aleph a Gabicce Mare al confine tra la Romagna e le Marche, poi rinominato Ethos. Distava abbastanza, ma ne valeva la pena, perché lì era veramente un'altra musica. La new wave era di casa e i concerti frequenti: ne vidi uno indimenticabile di Siouxsie and the Banshees.
Un tormentone fu questa Der Mussolini, brano che faceva scatenare tutto il popolo che si poteva incontrare in quel confuso e divertente periodo di transizione che erano i primi anni '80: dark, punkettoni, new romantic e umanità varia. Un giro di sinth distorto, un ritmo marziale e tutti a ballare con quelle tipiche movenze new wave dondolanti e un po' robotiche.
Mi ritrovai a pensare dubbioso: "Ma che faccio, ballo una canzone che inneggia a Mussolini?" Un amico fugò i miei rimorsi garantendo che il testo in realtà era una specie di insulsa filastrocca che ripeteva: - Balla Mussolini, balla Adolf Hitler, balla il comunismo, balla Gesù Cristo. (Par condicio).
Deutsch Amerikanische Freundschaft cioè amicizia tedesco-americana, era un duo tedesco di electro-punk formato dal cantante di origine spagnola Gabi Delgado Lopez e dal compositore Robert Görl, autori del famigerato brano che spopolò all'inizio degli anni '80.


giovedì 4 giugno 2009

MEDIUM MEDIUM - The Glitterhouse 1981

Sotto la spinta innovativa della new wave alla fine degli anni '70 nacquero nuovi gruppi che contaminarono la loro musica con il funk e il dub. Questo gruppo di Nottingham, formatosi nel 1979 e sciolto nel 1983, fece un solo album però molto interessante, con sonorità che richiamavano a tratti i Talking Heads del periodo d'oro, ma anche gli A Certain Ratio con il loro white funk algido ed etereo. In epoca revival dance-punk la band si è riunita nel 2004 per una serie di concerti ed esibizioni. All'epoca (ma anche ora) facevano venire una gran voglia di muoversi. Il brano qui sotto era una garanzia: quando lo cacciavamo su, la pista si riempiva.

giovedì 26 marzo 2009

Don Cherry - Brown Rice 1975

Per Don Cherry (1936-1995) la vita e la musica sono stati uno e lo stesso e ha affrontato entrambi con coerenza e senso dell'avventura. Il grande trombettista era un esploratore globale che amava viaggiare, ascoltare e sperimentare sempre nuovi strumenti, specie quelli non occidentali. Il suo nome è stato legato per molti anni al free jazz come membro del quartetto di Ornette Coleman, ma è stato anche uno dei primi musicisti ad avvicinarsi alla musica etnica, utilizzandola con naturalezza molto prima che diventasse una moda. Brown Rice è un capolavoro della metà degli anni '70 formato da quattro composizioni; una combinazione di elementi mediorientali, africani e americani, anticipatrice della world music. La copertina qui a fianco è quella originale dell'album, che è stato ristampato in cd con una foto del musicista con la tromba in mano.
Brown Rice ci introduce a questo disco magico con una nenia notturna, ripetitiva e ipnotica, sorretta da una fantastica linea di basso funk distorto con l'uso del wah-wah sulla quale Don Cherry sussurra parole magiche, come in una specie di rituale.
Malkauns apre con un prolungato assolo di basso dal sapore esotico accompagnato dal tamboura, uno dei più antichi strumenti dell'India, le cui corde creano quel continuo sottofondo tipico delle musica indiana. Dopo più di quattro minuti entra la tromba di Don Cherry accompagnata dalla batteria, in un assolo che mette in luce tutta la sua bravura.
Chenrezic, il terzo brano ci introduce in un'atmosfera inizialmente dal sapore più africano in cui il trombettista recita una specie di mantra spirituale.
Degi-degi, il brano di chiusura, si conclude con un sapore fortemente afro-funk. Cherry ritorna al suo sussurro rima-canto, mentre il resto della band si lancia in un groove ipnotico e poliritmico.


Don Cherry - trumpet, electric piano, vocals
Frank Lowe - tenor sax
Ricky Cherry - electric piano
Charlie Haden - acoustic bass
Hakim Jamil - acoustic bass
Moki - tamboura
Billy Higgins, drums
Bunchie Fox - electric bongos
Verna Gillis - vocals

lunedì 16 febbraio 2009

Quicksilver Messenger Service - Happy Trails

Quarant'anni fa uscì un capolavoro del rock psichedelico californiano. Anche loro della baia di San Francisco i Q.M.S. sono stati tra i capiscuola di questo genere insieme ai Jefferson Airplane (in uscita lo stesso anno con Volunteers) e ai Grateful Dead .
Si fecero conoscere al festival di Monterey del 1967 e poco dopo incisero il loro primo disco. Ma la loro vera dimensione era quella live dove il mitico John Cipollina (1943-1989) chitarrista non famosissimo, ma impeccabile, faceva esplodere tutta la sua vena psichedelico-creativa in interminabili session con il socio fondatore e voce Gary Duncan. Registrato parzialmente al Fillmore, la facciata A dell'album contiene un unico brano diviso in sei parti che altro non è che una versione dilatata e acida di Who do you love di Bo Diddley, soprannominato The Originator of Rock 'N' Rol, uno dei chitarristi che seppe meglio interpretare il passaggio dal blues al rock tra la fine degli anni '50 e l'inizio degli anni '60, oltre ad essere il primo ad aggiungere gli effetti allo strumento. Questa suite è caratterizzata dagli assoli vorticosi e taglienti delle due chitarre che si rincorrono in libertà assoluta per 25 minuti: un manifesto della musica psichedelica e una jam session acid-blues irripetibile. La facciata B si apre con un altro brano del chitarrista nero, Mona, e si chiude con la title track, un breve canto folk d'addio che rimanda alla copertina del disco, ma i sentieri più felici sono quelli percorsi nella prima facciata. Non seppero più ripetersi. Nella lista dei 100 migliori chitarristi di tutti i tempi, pubblicata su Rolling Stone nel 2003, John Cipollina è al 32° posto.

venerdì 21 novembre 2008

Betty Davis - This is it (Antologia 1973/75)

Sul fondo schiena si fece tatuare la scritta: "This ass invented fusion". Nel 2007 la seconda moglie di Miles Davis è tornata a cantare grazie alla Vampisoul che ha pubblicato un'antologia, This is it, contenente i brani più belli tratti dalla sua discografia: tre album quasi introvabili usciti tra il 1973 e il 1975, che all'epoca fecero poco successo. Il matrimonio tra lei e Miles Davis durò poco più di un anno (dal 1968 al '69), il tempo sufficiente per contribuire al cambio di rotta del grande trombettista verso nuove sonorità, allora ancora distanti dal jazz. Successivamente le fu attribuita anche una fugace love story con Jimi Hendrix.
Ancora oggi l'impatto con la voce sensuale e torrida di questa donna è pazzesco; fra l'altro fu coadiuvata da musicisti eccellenti in grado di creare una miscela di funk+soul di altissimo livello, orecchiabile, ma nell'insieme non proprio commerciale e forse poco adatta a sfondare in quel periodo. L'America dei primi anni '70 era comunque ancora molto puritana, la Davis esibiva una sensualità sfrontata e i testi erano sporchi, perciò molte sue canzoni furono boicottate dalle radio. La sua attività si concluse definitivamente nel 1975 con il terzo album. Narra la leggenda che esistano una serie di incisioni mai pubblicate di Miles e Betty Davis insieme ad un gruppo di musicisti del giro di Hendrix. Chissà se mai si potranno sentire. M. Davis nella sua autobiografia così descrive l'allora ventitreenne compagna con 20 anni in meno di lui: "Betty era troppo giovane e selvaggia rispetto a ciò che cercavo in una donna... era uno spirito libero, era arrapata (raunchy) e altre stronzate del genere".
DISCOGRAFIA
1973 - Betty Davis
1974 - They say I'm different
1975 - Nasty gal

venerdì 24 ottobre 2008

LOST & FOUND: David Allen + Euterpe - Good Morning 1976

Dopo aver lasciato i Gong nel 1975, Daevid Allen si trasferì nel villaggio di Deja sull’isola di Mallorca con la compagna e cantante Gill Smith e i figli. Qui incontrò il gruppo catalano Euterpe ed iniziò con loro una collaborazione artistica. Il primo frutto fu questo Good Morning!, uscito nel 1976 su Virgin. Registrato nella sua casa-studio di Mallorca, il disco esprime una sorta di folk progressive con deviazioni nei territori musicali di Syd Barrett. Da notare l'assenza della batteria in quasi tutti i brani. Per il brano Wise man in your heart si riunì con Moerlen e il bassista dei Gong Mike Howlett. Sono 11 minuti di trascendenza e pulsazioni ipnotiche in puro stile Gong, contaminate da melodie celtiche. Questo CD è stato per molti anni introvabile, poi l'anno scorso è stato rimasterizzato e pubblicato dall'etichetta inglese Esoteric Recordings.
  • Pepe Milan: Mandolina, charango, acoustic guitars, glockenspiel
  • Ana Camps: Vocals
  • Tony Pascual: Moog String, Keyboard & guitar
  • Toni Ares: Contrabass
  • Toni Tree Fernandez: Guitars
  • Gilli Smyth: Space whisper & licks
  • Daevid allen: Vocals, glissando guitar & solo guitar
Track listing: Children of the World; Good Morning; Spirit; Song of Satisfaction; Have You Seen My Friend?; French Garden; Wise Man in Your Heart; She Doesn’t She…; Euterpe Gratitude Piece (bonus track).