lunedì 6 aprile 2009

...and now the end is near

Lo scorso sabato mattina passavo davanti ad uno dei negozi di dischi più forniti della mia provincia, uno dei pochi che ancora resiste. Volevo avere subito l'ultimo dei Decemberists, The hazards of love, senza attendere i soliti tempi di spedizione. Mi hanno chiesto 21,90€! Anche qualche goccia di sangue no?
A questo punto ho realizzato che la parola fine per i negozi di dischi è molto più prossima di quanto pensassi. La chiusura imminente di Nannucci ne è l'emblema.
Su Amazon UK ho pagato 13€, spese di spedizione comprese.
Pazienza, aspetterò qualche giorno, ci sono problemi ben più gravi. Mentre sto concludendo questo post ho saputo del terremoto in Abruzzo. Domenica sera si era avvertita qualche leggera scossa anche qui in Romagna. Oltre al dispiacere, mi viene una gran rabbia: una tragedia annunciata; leggete cosa scrive Anna, amica blogger de L'Aquila.

venerdì 3 aprile 2009

Il tempo della rete

Ho un caro amico che lavora a Milano per una multinazionale con un incarico di una certa importanza. Una sera qualche anno fa era ospite a cena e notando un quotidiano sulla libreria mi chiese se ero abituato a comprarlo tutti i giorni. Alla mia risposta positiva mi chiese quasi stupito: - Ma dove trovi il tempo di leggerlo? Ecco la chiave dei due quesiti: il tempo. Averlo, trovarlo, come utilizzarlo; uno dei beni più preziosi che ci sono concessi.
Negli ultimi tempi però il giornale non lo compro più tutti i giorni, ma non per questioni di tempo, che per fortuna continua a non mancarmi. Indovinate perché? Colpa (o merito?) della rete e dei blog, oltre che della qualità dei giornali/sti. Mi sono fatto prendere, mi interessa e mi soddisfa il poter condividere i miei interessi, le mie idee e nello stesso tempo recepire quelle degli altri. Ogni tanto mi prende un pizzico di rammarico perché oltre alla lettura del quotidiano, ha subito un crollo notevole il tempo per i libri. Sono sempre stato un lettore assiduo: saggi, romanzi, fumetti. Ora sono alle prese con il terzo capitolo della trilogia di Stieg Larsson, peraltro molto avvincente, ma procedo con una lentezza irritante. La presenza davanti al monitor ha preso il sopravvento, però immagino che una volta passato l'entusiasmo per la novità (sono già otto mesi) la distribuzione del tempo da dedicare ai miei interessi tornerà ad un maggior equilibrio. In caso contrario non me ne farò un cruccio eccessivo, almeno fino a quando i miei occhi non cominceranno a creparsi come quelli di gatto Silvestro.
La mia curiosità a questo punto sarebbe di capire se si tratta di una specie di sindrome che ha preso solo me o risulta una condizione condivisa da altri gestori di blog.

mercoledì 1 aprile 2009

L . P. Cover Art: David Bowie - Pin Ups 1973


Per la copertina del suo primo e unico disco di cover, Bowie scelse una foto che in realtà era stata scattata per Vogue dal fotografo Justin De Villeneuve, il quale si fece convincere dal cantante a non cederla alla famosa rivista di moda con un semplice argomentazione numerica: Vogue vendeva di solito circa 80.000 copie, il suo nuovo disco si prevedeva arrivasse intorno al milione.
La modella inglese Twiggy, prototipo della bellezza androgena e anoressica che stava prendendo piede nel mondo della moda, arrivò per il servizio fotografico dopo una vacanza alle Bahamas. Il pallore di Bowie strideva con l'abbronzatura della modella, perciò i due vennero truccati in modo da invertire gli effetti: il volto di lei fu schiarito con una maschera che riprendeva la carnagione del corpo del cantante, il cui viso fu abbronzato come il corpo di Twiggy. La presenza della modella costituiva anche un richiamo al titolo Pin Ups, metaforicamente le covers scelte da Bowie per sfilare in questo album. Il disco fu registrato a Parigi e uscì nei negozi il 19 ottobre del 1973, in contemporanea con un'altro disco di cover di Brian Ferry, These Foolish Things. Probabilmente furono presi accordi dalle case discografiche (RCA e Virgin) per non danneggiarsi a vicenda, ma la vendite com'era facile prevedere, premiarono Bowie che il 3 novembre entrò al primo posto nella classifica degli album UK dove rimase per ben cinque settimane.
Una delle mie cover preferite di questo disco, che segna il distacco dagli Spiders From Mars, è See Emily Play di Syd Barrett, musicista che Bowie aveva sempre ammirato.

lunedì 30 marzo 2009

Made in Italy (cosa resterà del Nord-Est)

Valeria Raimondi ed Enrico Castellani sono i due attori che con la compagnia Babilonia Teatri (Isola Rizza, provincia di Verona), da più di un anno stanno mettendo in scena con successo di pubblico e di critica lo spettacolo Made in Italy. Li ho visti venerdì sera a Ravenna e devo dire che in 50 minuti ne è uscita una foto impietosa, come un pugno nello stomaco di ciò che è possibile ascoltare dalla bocca dei nostri simili girando nei bar, nei centri commerciali, nelle pizzerie. Un coacervo di volgarità, razzismo e bestemmie che vengono vomitate dal palco a getto continuo, a volte in italiano, a volte in veneto. Qualche sprazzo comico affiora, ma il disagio a tratti è notevole: non siamo altro che noi stessi, il popolo italiano nella sue pulsioni primarie: la macchina, gli schei, il calcio come religione. Le invettive, recitate a volte all'unisono, a volte a turno, sono intervallate da balli che portano alle estreme conseguenze con gesti volgarissimi, quasi pornografici, tutti gli ammiccamenti e il voyerismo imperanti nella nostra tv attraverso la pubblicità, gli show e i gli squallidi reality.
Coraggio e talento per questi due attori capaci di mettere in scena una sorta di normalità aberrante che probabilmente hanno avuto modo di osservare e registrare puntando l'attenzione sull'umanità varia che si incontra nel loro territorio, il ricco e operoso nord-est dell'ex boom economico, ma che ovviamente non vede immune il resto d'Italia.
Alla fine tornando a casa mi si riproponeva in testa una sorta di litania, residuo post-spettacolo:

coparli col napalm

coparli tuti

fame ‘na bira

marochini de merda

froci de merda

pioe, ho pena lavà la machina

venerdì 27 marzo 2009

Il quintetto magico

I percorsi di ogni appassionato di musica sono sempre interessanti, perché raccontano più di tanti discorsi la personalità di un soggetto, le sue inclinazioni. Se poi si allarga il campo visivo, è possibile mettere a fuoco contesti storici, fenomeni culturali, mode, eventi che hanno attraversato la nostra società.
La mia retta musicale può essere spezzata in cinque segmenti, ciascuno corrispondente ad un periodo che può essere identificato con un gruppo fondamentale. Su tutti vola l'ombra poetica di De André, le cui parole e la cui musica mi hanno sempre accompagnato.
I Pink Floyd rappresentano l'adolescenza e il fascino della scoperta dell'altra faccia della musica, oltre che della luna. Ricordo un pomeriggio, quando un compagno di classe mi mostrò uno strano disco di suo padre con la foto di una mucca in copertina. Non sapevo cos'era, ma dopo pochi minuti di ascolto ne fui rapito: non pensavo che potesse esistere musica del genere.
I Clash con la loro energia hanno fatto da colonna sonora al periodo della scuola e del primo anno di università, quando la ribellione e la voglia di spaccare il mondo erano il modo più naturale per sfuggire all'omologazione. Cloro al clero, scrivevamo sui muri e ci dipingevamo la faccia.
Lasciata l'università per viaggi e miraggi che, tra nord Europa e Marocco mi allontanarono dall'Italia per quasi un anno, scoprii i Gong, anche se un po' in ritardo per motivi anagrafici. La loro trilogia, Radio Gnome Invisible, è stata qualcosa di magico e irripetibile, un inno alla libertà non solo creativa, ma nel più ampio senso del termine. Come ho già scritto, diedero vita ad un progetto in cui fecero convergere psichedelia, progressive, underground e sperimentazioni jazz-rock.
L'amore per i Talking Heads, quarto pilastro della mia formazione, è coinciso con il periodo della band. Circa tre anni in cui il nostro progetto di matrice new wave, diventò una cosa quasi seria (ingaggi e concerti sempre più frequenti) fino alla battuta d'arresto dovuta al furto di tutta la strumentazione, compreso un allora costoso quattro piste.
Facendo scorrere il tempo fino ad oltre la metà degli anni '90, non ho più avuto grosse fiammate, anzi il mio interesse per la musica era in netto declino, rispetto ad altre passioni come il cinema, gli scacchi e soprattutto la nascita di mio figlio. Fino a quando una sera in auto sentii alla radio Paranoid Android, che venne presentato come nuovo singolo dei Radiohead. Conoscevo più che altro di nome il gruppo di Tom Yorke e pensai che chiunque aveva il coraggio di fare uscire un singolo del genere meritava la mia attenzione. Infatti non mi ero sbagliato: nel 1997 Ok Computer è stato il disco che mi ha riconciliato con la musica, facendomi uscire da quella specie di scetticismo preventivo che riservavo nei confronti di tutto ciò che non conoscevo. Da allora, grazie anche alla rete che stava decollando, è stato per me un nuovo inizio, una svolta radicale che mi ha fatto riapprezzare il gusto di andare alla ricerca e alla scoperta di ciò che di bello ed emozionante la musica può ancora regalare alle nostre esistenze.

giovedì 26 marzo 2009

Don Cherry - Brown Rice 1975

Per Don Cherry (1936-1995) la vita e la musica sono stati uno e lo stesso e ha affrontato entrambi con coerenza e senso dell'avventura. Il grande trombettista era un esploratore globale che amava viaggiare, ascoltare e sperimentare sempre nuovi strumenti, specie quelli non occidentali. Il suo nome è stato legato per molti anni al free jazz come membro del quartetto di Ornette Coleman, ma è stato anche uno dei primi musicisti ad avvicinarsi alla musica etnica, utilizzandola con naturalezza molto prima che diventasse una moda. Brown Rice è un capolavoro della metà degli anni '70 formato da quattro composizioni; una combinazione di elementi mediorientali, africani e americani, anticipatrice della world music. La copertina qui a fianco è quella originale dell'album, che è stato ristampato in cd con una foto del musicista con la tromba in mano.
Brown Rice ci introduce a questo disco magico con una nenia notturna, ripetitiva e ipnotica, sorretta da una fantastica linea di basso funk distorto con l'uso del wah-wah sulla quale Don Cherry sussurra parole magiche, come in una specie di rituale.
Malkauns apre con un prolungato assolo di basso dal sapore esotico accompagnato dal tamboura, uno dei più antichi strumenti dell'India, le cui corde creano quel continuo sottofondo tipico delle musica indiana. Dopo più di quattro minuti entra la tromba di Don Cherry accompagnata dalla batteria, in un assolo che mette in luce tutta la sua bravura.
Chenrezic, il terzo brano ci introduce in un'atmosfera inizialmente dal sapore più africano in cui il trombettista recita una specie di mantra spirituale.
Degi-degi, il brano di chiusura, si conclude con un sapore fortemente afro-funk. Cherry ritorna al suo sussurro rima-canto, mentre il resto della band si lancia in un groove ipnotico e poliritmico.


Don Cherry - trumpet, electric piano, vocals
Frank Lowe - tenor sax
Ricky Cherry - electric piano
Charlie Haden - acoustic bass
Hakim Jamil - acoustic bass
Moki - tamboura
Billy Higgins, drums
Bunchie Fox - electric bongos
Verna Gillis - vocals

martedì 24 marzo 2009

L'erba delle streghe (datura stramonium)

In passato nella cerchia di amicizie e conoscenze, che principalmente avevano come punto di ritrovo due bar del centro, ce n'erano parecchi di personaggi strambi. Uno di essi era il chiromante, così soprannominato per le sue manie esoteriche. Non era un frequentatore assiduo, però tutti lo conoscevano, come è normale che sia in provincia. Era un buonissimo ragazzo, però ottusamente fissato con il mondo dell'occulto e tra le sue curiosità vi era quella piuttosto pericolosa di testare su se stesso e su eventuali volontari gli effetti di sostanze contigue a quel mondo come la datura stramonium. Conosciuta come erba delle streghe, questa pianta è nota per essere utilizzata nei rituali degli sciamani di molte tribù indiane, nonché in passato da druidi e da streghe. Sta di fatto che aveva imparato a riconoscerla e dopo averne raccolte le foglie o forse i semi ed estratto il principio attivo (l'atropina, un alcaloide velenoso e allucinogeno) una sera convinse alcuni ragazzi del bar ad andare a casa sua per berne un bicchierino sotto forma di distillato alcolico. Una specie di sesto senso o forse semplicemente la prudenza mi suggerirono di rifiutare. Avendolo frequentato anche da bambino e conoscendolo abbastanza bene, ero piuttosto sospettoso nei confronti di quella bottiglietta dall'aria innocua e, visto quel che accadde, feci molto bene.
Non so dire se le dosi fossero calcolate o se fu solo fortuna, ma per poco qualcuno non ci lasciò le penne! Per una settimana nel bar e in paese non si parlò d'altro. Tre furono i casi più eclatanti, roba da non credere. Un primo ragazzo fu trovato all'alba dal padre imbianchino in garage seduto sulla cappotta dell'auto in condizioni pietose: era nudo e tremante con il corpo coperto di pennellate di vernice. Il secondo fu ricoverato all'ospedale in preda ad allucinazioni e delirio dopo essere stato rincorso e fermato lungo l'argine del fiume mentre fuggiva da assassini inesistenti; fu sottoposto a lavanda gastrica e se la cavò in pochi giorni. Il terzo, noto fighetto e discotecaro di periferia, una sera si presentò al bar completamente fuori di testa per menare il chiromante. Sosteneva di essere stato ingannato, essendosi fatto convincere a bere un bicchierino di "liquore speciale" prima di andare a ballare. - Quando sono tornato a casa guardavo mia madre e vedevo un mostro con le antenne! - urlava furibondo. E noi incoscienti giù a ghignare: pareva una scena tratta da un fumetto di Pazienza. Dopo questi episodi il chiromante sparì dalla circolazione per diversi mesi: l'aveva fatta fuori dal vaso, lo sapeva benissimo e da allora diventò molto più solitario e sospettoso. Tentare di imitare Castaneda, lettura molto diffusa in quegli anni, aveva portato a conseguenze che per poco non sfociarono in una tragedia. Per fortuna finì tutto lì, ma ci sono tanti episodi e una galleria di personaggi incredibili che hanno popolato la mia vita di provincia e che ogni tanto mi diverte raccontare.

lunedì 23 marzo 2009

Guitar heroes #4

Per il quarto capitolo sui grandi chitarristi, un omaggio alla west coast e ad un rock che non c'è più, ma che ha lasciato tracce profonde e indelebili nella storia della musica. Certo fa impressione pensare che solo uno di questi quattro sia ancora al mondo!

Jerry Garcia (Grateful Dead) in una foto del 1981
Rolling Stones best 100 guitarists all time #13


Jorma Kaukoken 1977 (Jefferson Airplain/Hot Tuna)
Rolling Stones #54


John Cipollina (Quicksilver Messenger Service) - Rolling Stones #32


Duane Allman (Allman Brothers Band) con Wilson Pickett - 1969
Rolling Stones #2.
Assieme a Gregg fondatore della band, chitarrista di gran tecnica e improvvisatore da jam session, (per Rolling Stones secondo solo a Jimi). Morì giovanissimo nel 1971 a soli 25 anni schiantandosi con la moto. Sicuramente era un favoloso chitarrista slide, in grado con il suo cilindretto metallico o di vetro, di creare uno stile inimitabile all'interno di una musica che definire southern rock è molto riduttivo.

venerdì 20 marzo 2009

The Decemberists - The hazards of love: dischi così non li fa più nessuno


...o quasi. E non intendo dire banalmente "belli", ma mi riferisco alla passione, al coraggio di rischiare e alla capacità di creare attingendo dalle migliori tradizioni per poi andare oltre.
In piena era mp3/download creare un concept album con tutti i brani collegati da un filo narrativo e musicale, che se li ascolti in un Ipod ti si spezzano, lo trovo quasi commovente.
Un disco di sessanta minuti, che richiede tempo.
Un album i cui brani sono tutti concatenati e risultano allergici ad ogni tipo di playlist.
Che quando cominci ad ascoltarlo devi arrivare fino in fondo, dove ti aspetta la reprise del tema centrale cantato da un coro di bambini e in chiusura una ballata da brividi.
Una fiaba rock d'ispirazione medievale, con le radici piantate nella tradizione folk e prog inglese.
Un sound che suona seventies e moderno allo stesso tempo.
I rischi dell'amore, il quinto album del gruppo di Portland (Oregon) da tre giorni suona quasi ininterrottamente in casa mia.
The Decemberists - The hazards of love

giovedì 19 marzo 2009

Ri/Visti: Simon del deserto - Buñuel 1964

Sempre a proposito di chiesa e religione, in questo periodo mia fonte d'ispirazione (vedi anche post sotto), qualche giorno fa ho rivisto questo medio-metraggio di 45 minuti del regista spagnolo. Per caso molti anni fa capitai in un cineforum di morettiana memoria in cui lo proiettavano e mi rimase molto impresso. Se non fosse per le infinite opportunità della rete, quando mai avrei potuto rivederlo?
Dall'esilio in Messico Buñuel girò la storia del monaco Simon, profeta che decide di vivere in penitenza e meditazione per ben otto anni su una colonna alta 20 metri. Venerato ma a volte anche provocato dalla gente del luogo, Simon è sottoposto a continue tentazioni dal diavolo. A un certo punto il maligno, stanco della sua stoica resistenza, lo trasporta dal V al XX secolo in un locale di New York in cui l'asceta è forzato ad immergersi in un clima di musiche e balli sfrenati.
Il film in realtà fu incompiuto per problemi di produzione: nella seconda parte la sceneggiatura prevedeva che il diavolo tornasse nel Medioevo per sostituirsi a Simon e condurre i fedeli verso il male. Peccato non sia mai stato girato perché sarebbe stato fantastico. Nonostante la mutilazione forzata, il film vinse il premio speciale della critica a Venezia. Lo stile è quello surrealista di Buñuel, dove emergono i temi provocatori della sua filmografia e in questo caso i suoi sberleffi anticlericali attraverso la carica blasfema di Silvia Pinal nelle vesti del demonio.
Il coraggio di rischiare e di mettersi contro i poteri costituiti; la volontà di essere scomodi; lo spessore culturale e artistico, l'anticonformismo di Buñuel: insieme a Kubrick uno dei pilastri del cinema del secolo scorso. Simbolico che il regista spagnolo l'abbia inaugurato, essendo nato proprio nel 1900, mentre Kubrick invece l'abbia chiuso lasciandoci dieci anni fa il 7 marzo 1999.

martedì 17 marzo 2009

Mamma, posso mettere il gatto in lavatrice?


Il Papa ha proprio sempre ragione. Come oggi quando a bordo dell'areo per il suo primo viaggio in Africa ha detto che:
"l'uso dei preservativi non risolve, anzi aumenta i problemi". Specie nelle famiglie.