mercoledì 7 gennaio 2015

Cinema e censura: I Diavoli di Ken Russell

Dopo l'abbuffata di classifiche e visioni di fine anno, qualche sera fa dopo infiniti rimandi, ho visto per la prima volta "I Diavoli" di Ken Russel. Probabilmente la versione meno tagliata in circolazione che complici le vacanze natalizie mi ha ispirato il post più lungo nella storia della teiera. Il tema affrontato e le ricerche svolte nei ritagli di tempo lo meritavano.

Il grande regista inglese morto tre anni fa, oltre ad essere ricordato per il musical Tommy è passato alla storia per aver diretto uno dei film più controversi del secolo scorso: un'opera considerata maledetta che all'epoca fu accusata di blasfemia, nonché sequestrata un po' ovunque. Talmente censurata che ancora oggi è di fatto impossibile riuscire a vedere una versione integrale. La Warner deve essersi pentita amaramente perché a distanza di 40 anni continua a rifiutarsi di far uscire una versione uncut, così com'era stata ideata e girata da Ken Russel. Ciò ha scatenato le ire del regista Guillermo Del Toro che di recente ha dichiarato “Ci sono poteri forti della Warner Bros che si rifiutano di dare l’ok per il rilascio dell’home video" definendo la posizione della major un vero e proprio atto di censura. I primissimi tagli che il regista aveva accettato prima dell'uscita erano infatti andati smarriti per poi essere ritrovati trent'anni dopo in un magazzino grazie alle ricerche del critico britannico Mark Kermode. Ricevuta l'autorizzazione dalla Warner e grazie all'aiuto del montatore originale, le sequenze erano state reinserite per una versione finalmente completa che venne proiettata a Londra nel novembre 2004. Da qui ci si attendeva una pubblicazione definitiva che però non è ancora stata realizzata.

Il film fu presentato alla mostra del cinema di Venezia del 1971 e subito si scatenarono le polemiche fino a chiedere la testa del neodirettore Gian Luigi Rondi, colpevole di averlo ammesso al concorso e addirittura a rischio di scomunica. L’Osservatore Romano attaccò il film definendolo “un lungo e convulso spettacolo di sadismo, di sesso, di violenza.” Giovanni Raboni, all'epoca critico del giornale cattolico L'Avvenire, fu licenziato in tronco per averne scritto una recensione positiva. In Italia la procura di Verona ne ordinò il sequestro, atto che fu poi smentito dal tribunale di Milano con una sentenza in cui si dichiarava che "le sequenze di un'opera cinematografica di carattere rigorosamente storico non sono da considerarsi oscene quando abbiano impostazione grottesca e caricaturale e siano dirette non soltanto a sottolineare la parodia di un'epoca e delle sue crudeli usanze ma a rendere attuale il perenne conflitto tra libertà individuale e sopraffazione statuale o religiosa. Peraltro sarebbe ingiusto per il giudice soffermarsi sulle singole scene isolandole dal contesto per valutarne l'oscenità perché così facendo si introdurrebbe una valutazione morale a cui normativamente si sottrae l'opera d'arte."  Un giudizio equilibrato che tuttavia non fu sufficiente, perché l'opera fu di nuovo sequestrata per poi essere definitivamente assolta dalla Cassazione.

Che cosa c'era di così sconvolgente da scatenare le ire di censori e benpensanti di mezzo mondo?
Il film ricostruisce le vicende storiche che a Loudun, nella Francia del 1634, portarono al famoso processo per satanismo e alla condanna del prete Urbain Grandier. In realtà si trattò di un processo politico che in pieno periodo controriformista fu voluto dal cardinale Richelieu per abbattere una delle ultime zone di convivenza religiosa tra cattolici e protestanti. L'abate Grandier ne era il garante, essendo anche succeduto temporaneamente al morente governatore Saint Marthe e avendo ricevuto da Luigi XIII in persona il permesso all'autogoverno della città. Per colpirlo furono utilizzate delle testimonianze raccolte in un convento di suore guidate dalla priora Jeanne de Belcier (soprannominata Giovanna degli Angeli), personalità in apparenza algida, ma probabilmente in preda all'ossessione sessuale nei confronti dalla figura carismatica di padre Grandier. La priora fu la sua principale accusatrice in seguito al rifiuto del sacerdote di diventare confessore della comunità delle Orsoline. Gli eccessi di cui fu accusato Ken Russell (in Svezia l'opera fu immediatamente ritirata «per sacrilegio dei valori religiosi e spirituali») trovano in realtà riscontro nei documenti e nelle cronache del tempo: un caso emblematico di un periodo buio ed intollerante nella storia della Chiesa, quando l'inquisizione ebbe un nuovo impulso all'inizio del XVII secolo. All'epoca e negli anni successivi alla condanna al rogo, viaggiatori e folle di curiosi si recarono in visita a Loudun ed al convento delle orsoline in una sorta di pellegrinaggio dell'orrore.



Il racconto di Russell raggiunge l'apice quando descrive il clima delirante all'interno del convento con le monache che per salvarsi dalle accuse fingono o credono veramente di essere possedute dai demoni e nel corso dell'esorcismo pubblico si lasciano andare ad eccessi di ogni genere (una sorta di rituale orgiastico che comprende la famigerata scena tagliata, denominata "The rape of Christ") confessando di essere state istigate da padre Grandier a commettere svariate nefandezze. Russell descrive la crudeltà e l’insensatezza degli uomini della Chiesa in un'atmosfera surreale, carica di sarcasmo e di humour nero dove l'esorcista, dall'aria inizialmente spaesata, sembra un hippie teletrasportato dal festival dell'isola di Wight con i suoi occhialini alla John Lennon. Si rivelerà poi il più feroce nei confronti del prete refrattario a confessare nonostante le terribili torture. Su tutti emerge un istrionico Oliver Reed nel ruolo di padre Grandier, prete libertino e anticonformista ma onesto ed umano in parallelo a Vanessa Redgrave, pure lei in un'interpretazione memorabile nelle vesti di Giovanna degli Angeli, una suora frustrata in quanto penitente contro la sua volontà, ingobbita e perennemente allucinata.
La complicità repressiva di Stato e Chiesa è mostrata in tutta la sua violenza con toni realistici e allo stesso tempo distorti come ad esempio nella scena della caccia al "corvo protestante" dove Luigi XIII si diverte a impallinare dei poveracci travestiti da uccelli neri; nelle sequenze farneticanti sulla peste di manzoniana memoria, oppure nelle visioni morbose di suor Giovanna prigioniera all'interno del convento ricostruito in modo asettico con rivestimenti bianchi.

L'impatto visivo è ancora oggi potente, grazie anche alle scenografie di Derek Jarman che si ispirò a Metropolis. Su richiesta del regista si cercò di realizzare un'ambientazione che andasse oltre le solite meticolose ricostruzioni storiche dei film in costume, optando per una scenografia "moderna" e per diversi aspetti anacronistica.
Grottesco, disturbante ed eccessivo sì, ma si tratta di un capolavoro: una pietra miliare per un certo tipo di cinema, quello che negli anni '70 ha conosciuto (come la musica) uno dei momenti più profilici dal punto di vista artistico e per i contenuti di rottura su tutti i fronti. Un must nella formazione di ogni cinefilo.





Oliver Reed, Vanessa Redgrave e Ken Russell sul set

6 commenti:

  1. urca...laprima foto sembra una scena di Tommy...devo trovarlo... ne ho sempre sentito parlare, ma no son mai riuscito a vederlo :)

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    1. A differenza di Tommy (che rivisto l'anno scorso) ha resistito molto di più ai decenni trascorsi.

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  2. Mai visto però ne ho sempre sentito parlare vedrò ... Di una cosa dopo il tuo post sono certo sono quei film che non sempre ho voglia di vedere ma questo è un mio discorso personale.

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    1. Capisco bene la tua posizione. Per certi film servono il momento e la predisposizione giusti. Era da un anno che ogni tanto ci pensavo e poi finalmente con l'arrivo della pausa natalizia e le poche alternative fra le nuove uscite...

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  3. Forse ne hp visto una versione, anni fa a Fuori Orario, ma credo ne ricorderei. Ti ho letto sul pullman all'arrivo da Berlino, dove ho finalmente visto il film di Wenders. .. grande.

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