martedì 9 febbraio 2016

Il primo social network prima che i social network venissero immaginati


Il 9 febbraio 1976 con l'inno americano storpiato da Jimi Hendrix iniziarono a Bologna le trasmissioni di Radio Alice, la radio che diede una spallata al mondo della comunicazione. Un'avventura durata poco più di un anno e conclusa con i carri armati in città e la drammatica chiusura in diretta con i carabinieri a fare irruzione durante le trasmissioni.
L'idea di rete bidirezionale e di comunicazione orizzontale; l'utilizzo per la prima volta al mondo del telefono in diretta senza filtri; la libertà di comunicare aperta a tutti, sono partite da qui. Come ha raccontato Bifo, un esperimento frutto «di poeti, artisti pazzoidi e di hacker antelitteram, sperimentatori tecnici». Durante le rivolte del '77 a Bologna la radio fungeva da catalizzatore, un server che smistava informazioni e controcultura quando l'etere era ancora un territorio vergine, fino a quel momento monopolio esclusivo della RAI. Bisognava esserci per capire l'entusiasmo che si respirava.
Oggi molte radio ricorderanno quella prima trasmissione: lo speciale in contemporanea su Radio Città Fujiko e Radio Città del Capo di Bologna, sarà ritrasmesso anche da Controradio Firenze, Radio Popolare Verona e Radio Flash di Torino. Ricordi anche su Radio Capital e Radio 2.

Strano il 1976. In Italia i gruppi stranieri non venivano più a suonare. Un anno di passaggio che ha sancito il tramonto definitivo dell'utopia hippie e di un certo modo di stare insieme (basti pensare al naufragio disastroso del Festival del Parco Lambro) preannunciando l'imminente rivoluzione, non solo musicale ma anche estetica, portata dal punk e dalla new wave. Bastava procurarsi un trasmettitore e nel giro di poco tempo l'idea sovversiva di collegare i fili del telefono all'antenna dilagò in tutta la penisola moltiplicando in pochi mesi le radio libere.
L'anno dopo tenevo già un programma settimanale di musica e letteratura senza dover rendere conto a nessuno. I primi ascoltatori furono i miei compagni di scuola. Era Radio Graal, la radio più anarchica di tutta la bassa romagna in cui ti potevi permettere di mettere su senza problemi un brano dei Gong anche se teneva tutta la facciata B del vinile, oppure leggere poesie di Rimbaud e Majakowskji.

Nessuno può immaginare il pathos che regnò quella sera che, come sempre in diretta, alzammo la cornetta del telefono per rispondere ad una telefonata in arrivo e, invece della voce di un ascoltatore, sentimmo uno struggente assolo di sax. 
Valerio Minnella, uno dei fondatori (dal blog Wuming).

Un buon film che ripercorre quel periodo è Lavorare con lentezza di Guido Chiesa del 2004. Si anche vedere qui dall'internet archive no profit in streaming o in download.

domenica 7 febbraio 2016

L'ottavo film di Tarantino per me è il settimo


Dopo aver letto ormai un centinaio tra post e articoli che vanno dalla stroncatura (del tipo Tarantino non ha più niente da dire e cita se stesso) alla glorificazione, butto giù qualche idea senza il minimo accenno alla trama di cui non andrebbe svelato nulla.

- Con Quentin siamo abituati ad un livello così eccelso che ci si aspetta sempre di più e si tende ad essere severi alla minima flessione.

- In questo caso, per quanto riguarda la mia personale classifica, The Hateful Eight va a collocarsi al penultimo posto tra le sue opere. Il che non significa assolutamente bocciatura, ma 3 tazze e ½ cioé da vedere come dice la legenda della teiera.

- Lasciatemi spendere altre due righe per un personaggio che entrerà nella storia del cinema di Tarantino (e non solo) alla stregua di Mr. Wolf. Sto parlando di Jennifer Jason Leigh e della sua beffarda fuorilegge Daisy Domergue. Per me è già un cult.

- I dialoghi sono magistrali come al solito, veri e propri meccanismi ad orologeria.

Infine ecco la lista dei magnifici otto. L'ultimo potrebbe essere il primo per centinaia di registi.

1. Pulp Fiction                 @@@@@
2. Django Unchianed       @@@@@
3. Jackie Brown              @@@@½
4. Bastardi senza gloria   @@@@½
5. Le Iene                      @@@@
6. Kill Bill                       @@@@
7. The Hateful Eight        @@@½
8. Grindhouse                @@@

martedì 2 febbraio 2016

10 programmi cult di intrattenimento e la tristezza della RAI attuale

In Italia non abbiamo programmi musicali decenti: pochi giorni fa è stato soppresso Ghiaccio Bollente che andava in onda su Rai 5. Per fortuna c'è Sky Arte che per la musica ha una marcia in più: per dire, di recente ha trasmesso uno splendido documentario della BBC su Bowie (Five Years).

In Italia non abbiamo mai avuto uno show come il David Letterman (di cui mi sento orfano). Ci aveva provato Daniele Luttazzi con Satyricon e ovviamente fu sbattuto fuori. Oggi il programma di punta è quello dell'inamovibile Fazio, sagra dell'ovvietà e della piaggeria. Un personaggio con così poca dignità e carenza di cojones che nell'ultima puntata ha acconsentito a far slittare fino alle 22 il suo solito siparietto, affinché i temi affrontati da Presa Diretta (il bullismo, l'educazione sentimentale e sessuale tra gli adolescenti) andassero in onda il più tardi possibile. Ogni altro commento è superfluo.
Nel campo dell'intrattenimento però ci sono stati programmi che hanno lasciato un segno. Purtroppo parliamo al passato, perché da qualche anno c'è il vuoto.











1) Blob
Gioiosa, perfida e geniale macchina da guerra che ha frantumato la tv trasportandola in una realtà parallela. L'unico programma della tv generalista che ancora oggi guardo volentieri.

2) Quelli della notte (1985)
Ero giovanissimo, la tv era per me un oggetto estraneo, soprattutto quando non uscire la sera significava essere malati. Quella primavera però alle 23 scattava una molla che mi riportava tra le mura domestiche. C'era da divertirsi!

3) Mai dire gol (1990/2001)
Una palestra di comicità con personaggi pazzeschi: i primi Aldo, Giovanni e Giacomo, Albanese, Fabio De Luigi, Crozza, Daniele Luttazzi con il suo tabloid che esordiva così: Buonasera questa edizione del telegiornale andrà in onda in forma ridotta per venire incontro alle vostre capacità mentali. Lunedì sera raramente prendevo impegni.

4) L'Ottavo nano (2001)
Silvio Berlusconi e Massimo D'Alema di Sabina Guzzanti;
Vulvia, Funari, Rutelli e Quelo di Corrado Guzzanti
Alberto Angela, Gasparri, PierFerdinando Casini di Neri Marcorè.
Può bastare?

5) Il poeta e il contadino (1973)
Facevo le medie e il sabato sera non potevo ancora uscire. Nonostante l'età ingrata e gli ormoni impazziti, riuscivo a mantenere vivo qualche neurone per apprezzare l'ironia stralunata di Cochi e Renato.

6) D.O.C. (1987-88)
Grazie ad Arbore, due anni in cui si è potuta sentire della musica decente dal vivo in RAI. Ovviamente soppresso, come è accaduto di recente a Ghiaccio Bollente.

7) Avanzi (1991-93)
Come non amare un programma che portò in tv i Sonic Youth e il regista de paura Rokko Smitherson?

8) Mister Fantasy (1981-84)
Massarini era un marziano che proponeva i Talking Heads in tv quando a Sanremo vincevano ancora Al Bano e I Ricchi e Poveri...

9) L'altra domenica (1976-79)
Purtroppo vista poco per via dell'orario (domenica pomeriggio).

10) Cinico TV (1992-96)
Satira al vetriolo e relitti umani. Uno sputo in faccia al perbenismo e alle buone maniere.

giovedì 28 gennaio 2016

Capolavori restaurati: Il Grande Dittatore

Continua il fantastico lavoro di recupero di pellicole storiche, patrimonio del cinema italiano e mondiale, svolto dalla Cineteca di Bologna. Alcune tra le ultime opere restaurate: Amarcord, I Mostri, Rocco e i suoi fratelli, Vogliamo i colonnelli.

Dopo molti anni ho rivisto al cinema Il Grande Dittatore di Chaplin nella nuova versione: risate e occhi lucidi per un capolavoro senza tempo.

Storicizzare Il grande dittatore è oggi indispensabile per apprezzarne l'unicità, per comprendere gli sforzi titanici che accompagnarono la sua realizzazione; ripercorrere la sua genesi è assolutamente necessario per cogliere appieno l'evoluzione artistica, civile e politica di Chaplin. Ma il film è così libero, coraggioso e sincero, non solo perché riuscì a ridicolizzare Adolf Hitler durante il secondo conflitto mondiale, ma perché continua a parlarci della natura dell'uomo. Come osserva Ugo Casiraghi: "le radici del male non sono state affatto estirpate, sono solo ‘emigrate' altrove e questo film continua a reinterpretarle". (Cecilia Cenciarelli)

martedì 26 gennaio 2016

Steve Jobs ovvero fiumi di parole


Struttura teatrale che riassume in tre atti i momenti topici della vita di Steve Jobs e dell'evoluzione dei suoi prodotti.

ATTENZIONE:
Fugaci, ma necessari spoiler qua e là

Aaron Sorkin, già sceneggiatore di The Social Network, realizza stavolta uno script ripetitivo con dialoghi sfinenti; al contrario del film di Fincher in cui si erano rivelati brillanti ed incisivi. Sostanzialmente siamo per due ore dietro le quinte nell'attesa spasmodica della presentazione di Macintosh (1984) Next (1988) e iMac (1998), con Steve Jobs che sproloquia e sbraita con chiunque, in particolare con la sua fidata marketing executive Joanna Hoffman (un'ottima Kate Winslet). 
Alla presentazione del Macintosh tratta di merda Andy Hertzfeld perché non riesce a far dire "hello" al computer. Non prima di aver infamato l'ex fidanzata rifiutandosi di riconoscere la paternità della figlia.
Segue la presentazione di NeXT con trenta minuti di botte (dialettiche) da orbi con John Sculley, amministratore delegato della Apple che nel 1985 fece fuori Steve Jobs mettendolo in minoranza.
Al lancio di iMac nel 1998 il copione si ripete: è il turno di Steve Wozniak, amico di una vita e cofondatore della Apple. Le uniche tracce di umanità affiorano grazie al riavvicinamento della figlia Lisa ormai diciannovenne.

Dunque, che Jobs fosse al contempo asshole and genius (non so dire in quale ordine di prevalenza) si sapeva da sempre. Questo biopic non convenzionale e tecnicamente ineccepibile ce lo conferma anche se, a differenza del personaggio, entrerà presto nell'oblio. Non un brutto film, ma in un certo senso inutile e artificioso come gli applausi dei commessi della Apple che accolgono i clienti rimasti in fila tutta la notte. 
Da un regista come Danny Boyle, di cui resto un gran estimatore, mi aspetto altre cose: quell'alchimia di elementi (difficile da definire) che mi ha fatto amare film come Trainspotting, 28 giorni dopo e The Millionaire.

Michael Fassbender perfettamente a suo agio nei panni di un uomo visionario, carismatico e dalla personalità complessa.
Aver evitato l'agiografia.
L'idea del backstage, se non si fosse ecceduto con questa univoca modalità.




Legenda voti
@ una cagata pazzesca
@½ pessimo
@@ trascurabile
@@½ passabile
@@@ buono
@@@½ da vedere
@@@@ da non perdere
@@@@½ cult
@@@@@ capolavoro

sabato 23 gennaio 2016

Le sceneggiate di Spike Lee e le quote etniche ai premi Oscar

Premesso che i premi Oscar mi entusiasmano come la birra calda, Spike Lee non gira un film decente ormai da dieci anni (Inside Man del 2006). In compenso con le sceneggiate è diventato un fenomeno. Patetica quella con Tarantino [1] a proposito del linguaggio razzista utilizzato in Django; la più recente è quella sulla mancanza di candidati afroamericani ai premi Oscar. Avanti così si arriverà alla buffonata (proposta già avanzata) delle quote etniche per la candidature dei premi cinematografici, artistici o letterari che siano.
Sul boicottaggio della cerimonia di premiazione pare che Spike Lee abbia fatto parzialmente marcia indietro, dichiarando che quella sera semplicemente preferisce andare a vedere i New York Knicks.
Sicuramente anch'io avrò di meglio da fare, tipo vedere The Hateful Eight o dormire.

[1] Tarantino qualche mese fa ha partecipato alla marcia della comunità nera newyorkese contro la violenza delle forze di polizia, venendo successivamente attaccato sui giornali dagli agenti, che hanno prima minacciato e poi dato inizio a una campagna di boicottaggio contro l’uscita di The Hateful Eight nelle sale americane. (Fonte bestmovie - indiewire)

giovedì 21 gennaio 2016

Piuttosto che finocchio meglio ladro o prete

Avete presente le feste di compleanno e le cene di classe quando i figli frequentano la materna o le elementari?
É stato lì, mentre i bambini giocavano nelle case delle famigliole etero-tradizionali, che ho raccolto perle di saggezza e cultura che hanno ispirato la mia carriera di genitore. Oggi ne rispolvero alcune:

- Piuttosto che finocchio preferisco che mio figlio diventi un ladro o un prete.
- Bisogna votare Berlusconi perché ci farà stare tutti meglio.
- Io non ho mai letto un libro e poi dirigo un'azienda...

Non so se era peggio la musica che si ascoltava o i discorsi di merda. Poi mio figlio è cresciuto e per fortuna le feste di compleanno sono finite. Era l'Italia di Berlusconi. E oggi? Dopo vent'anni mi sa che poco è cambiato. Siamo l'unico paese in Europa che non ha ancora uno straccio di legge sulle unioni civili. 
Non mi esalta la gogna mediatica dei gay di professione sempre pronti a indignarsi nel nome di un politically correct di facciata, però la vicenda tra Sarri e Mancini mi ha fatto tornare alla mente quei discorsi e la squallida realtà della nostra italietta.  



lunedì 18 gennaio 2016

Cinema in bustina: The Revenant


Primo grande film dell'anno.

La natura protagonista: paesaggi mozzafiato tra Alberta, Montana e British Columbia fotografati in modo magistrale; solo il fuoco e la luce naturale ad illuminare il set.

Da antologia la sequenza iniziale dell'assalto Arikara ai cacciatori di pelli in mezzo alla foresta. Rievocazione di un episodio realmente accaduto il 1° giugno del 1823, quando una spedizione di trappers venne attaccata mentre navigava lungo il fiume Missouri.

La coppia Di Caprio - Hardy in una performance di altissimo livello in condizioni estreme.

Le critiche: i detrattori avrebbero gradito una regia meno ingombrante. Qualcuno ha parlato di zavorra autoriale e difficoltà nel liberarsi dalle pesanti architetture dello stile per lasciare spazio ad un approccio essenziale. Questo è Iñárritu, prendere o lasciare. Uno che a quanto pare l'avventura ce l'ha nel sangue se, come racconta la sua biografia, a 17 anni si imbarcò come mozzo su una nave cargo. Uno dei pochi registi che come Nolan riescono a rendere commerciale un prodotto autoriale.

L'appiattimento sul tema della vendetta, ma soprattutto l'eccesso di situazioni al limite che in alcuni tratti fanno vacillare l'ispirazione realistica della storia. 

Da qualche settimana gira in rete la versione sottotitolata e da pochi giorni anche quella doppiata. Se volete godervi la fotografia pazzesca di Emmanuel Lubezki andate al cinema.




Legenda voti
@ una cagata pazzesca
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venerdì 15 gennaio 2016

David Bowie sulla teiera volante: compilation d'addio e cover memorabili

Vi lascio questo weekend in buona compagnia. Ho ripercorso i tanti periodi passati con la musica del duca bianco sullo sfondo. Il primo ricordo che mi torna in mente con un sorriso, è la diatriba adolescenziale tra due amici: il primo detrattore di Bowie, il secondo un suo adoratore incondizionato.
- Tanto si sa che ormai David Bowie fa musica solo al computer con Brian Eno! - fu la frase che sancì la rottura di un'amicizia.
La mia infatuazione, iniziata nei primi anni del liceo, terminò dopo Let's Dance sempre però con l'impulso di tornare ad ascoltare e riascoltare periodicamente le sue canzoni. Un artista che come ha dichiarato Jarvis Cocker dei Pulp:













La compilation attraversa quegli anni e include in coda quelle che ritengo essere alcune fra le migliori cover mai realizzate:
The man who sold the world dei Nirvana
Ziggy Stardust dei Bauhaus
Diamond Dogs  di Beck

Buon ascolto sulla teiera.

martedì 12 gennaio 2016

Cinema in bustina: La grande scommessa


Il racconto della più grande crisi finanziaria e del crack dei mutui subprime for dummies... In realtà fino a un certo punto, perché bisogna stare lì con la testa mantenendo alto per tutto il film il livello di concentrazione.
La storia segue in parallelo le intuizioni di alcuni operatori finanziari che in largo anticipo avevano previsto le conseguenze drammatiche della bolla immobiliare del 2007/08 e di tutte le speculazioni ad essa collegate (8 milioni di americani perderanno il lavoro e 6 milioni perderanno la casa).

Potere del cinema e coraggio del regista Adam McKay nel riuscire a raccontare una vicenda complessa, basata sul saggio finanziario The Big Short - Il grande scoperto del giornalista americano Michael Lewis. Il tentativo è quello di fondere documentario e commedia con l'inserimento di siparietti esplicativi in cui personaggi improbabili come Margot Robbie, Anthony Bourdain o Selena Gomes, spiegano allo spettatore concetti di finanza.

E' come vedere un thriller conoscendo già la trama: sappiamo già chi sono gli assassini, quando verranno smascherati e anche che non verranno puniti.

Nonostante gli apprezzamenti ricevuti, non mi ha entusiasmato Christian Bale, per me fuori controllo e in versione troppo caricaturale. Anche gli altri protagonisti sembrano più impegnati ad affermare se stessi che a recitare in funzione del film.

Visto l'argomento (importante sì, ma non proprio coinvolgente) e le due ore e dieci, concedetemi di aver passato momenti di noia. Alla lunga la regia sfocia in una sorta di auto-compiacimento irritante del tipo: guardate quanto sono figo ad orchestrare gli attori, questa storia complicata e ad informarvi facendovi pure divertire. Per me le emozioni e gli stimoli intellettuali che può dare il cinema sono altri.




Legenda voti
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lunedì 11 gennaio 2016

Tre ricordi di Bowie

I post che ho dedicato ad alcune copertine dei suoi album 



Sound+Vision Tour
settembre 1990











All'inizio degli anni '80, durante il servizio militare a San Giorgio a Cremano, quando ero di guardia (oltre a bere diverse razioni di cordiale) per far passare il tempo cantavo canzoni a rotazione: Ashes to Ashes c'era sempre perché conoscevo il testo a memoria.

Come ha scritto il filosofo Simon Critchley There is a world of people for whom Bowie was the being who permitted a powerful emotional connection and freed them to become some other kind of self, something freed, more queer, more honest, more open, and more exciting."
In sostanza, oltre ai meriti artistici e musicali, Bowie ha avuto anche quello di mostrare alla gente la possibilità di vivere una vita meno ordinaria.