giovedì 22 gennaio 2015

Non se ne può più di...





















- Ridicoli personaggi a braccia conserte con lo sguardo da duri.

- La retorica di cani e porci su Je Suis Charlie.

- TotoQuirinale (nel sondaggio del Fatto Quotidiano tra i primi dieci risulta Magalli)
   Io a questo punto propongo Alvaro Vitali.

- Biopic! Hanno monopolizzato solo il cinema di gennaio o sarà così tutto l'anno?
  (Se ne riparlerà a breve).

lunedì 19 gennaio 2015

Hungry hearts, ovvero l'insostenibile (mancanza di) leggerezza dell'essere

Hungry Hearts di Saverio Costanzo - uscita 15 gennaio 2015

Ispirato al romanzo Il bambino indaco di Marco Franzoso, Saverio Costanzo conferma con questo film il suo percorso originale e coraggioso, soprattutto se rapportato al cinema nazionale. Un dramma familiare durissimo e claustrofobico che nella seconda parte sfocia in un thriller psicologico dalle tinte horror per come è girato (l'utilizzo ripetuto di ottiche deformanti) e raccontato (i contrappunti musicali di Nicola Piovani tesi a creare un clima di suspense).
Dell'ottima performance dei due protagonisti, entrambi premiati al festival di Venezia, si è già molto parlato. Alcuni aspetti della sceneggiatura però non mi hanno del tutto convinto; principalmente la mancanza di gradualità e sfumature nel percorso psicologico di Mina (Alba Rohrwacher), che ritroviamo di punto in bianco fulminata dal manicheismo purificatore d'ispirazione vegana nei confronti del figlio e troppo presto sprofondata in una patologia irreversibile. Parteggiare per il marito Jude (Adam Driver) nonostante la madre inquietante, risulta fisiologico!
Ho colto più di un richiamo alle atmosfere del primo Polanski, anche se nel complesso il risultato (seppur apprezzabile) è prevedibilmente distante dalle vette magistrali di Rosemary's baby o L'inquilino del terzo piano.
Fantastica l'irruzione straniante di Flashdance... What a feeling come colonna sonora nella sequenza della festa di matrimonio.

Voto 7 /10

sabato 17 gennaio 2015

Grandi film incompiuti: DUNE di Jodorowsky

Ho visto il film documentario presentato lo scorso anno alla Quinzaine des Réalisateurs  a Cannes che racconta la madre di tutte le opere incompiute. Dopo due cult movie come El Topo e La Montagna Sacra, avrebbe dovuto realizzarlo a metà degli anni '70 quel geniaccio di Alejandro Jodorowsky con la collaborazione di una serie incredibile di artisti ed attori (Moebius, Giger, Chirs Foss, Orson Welles, Salvador Dalì, David Carradine, Pink Floyd, ecc...)
Si tratta di Dune, realizzato effettivamente dieci anni dopo da David Lynch. La story board di Moebius è tutta raccolta in un librone impressionante che Jodo e la sua banda presentarono a tutte le major di Los Angeles. Dopo l'interesse iniziale, alla fine tutte rinunciarono alla produzione forse impaurite dalla portata rivoluzionaria e dissacrante del progetto. Merito al regista Frank Pavich per avere ridato luce con un racconto scoppiettante a una delle vicende più incredibili della storia del cinema.
Qua tutta la storia.

Guardate queste immagini e immaginate a cosa sarebbe potuto essere. Un sacco di idee e spunti che poi sarebbero comparsi nei film di fantascienza degli anni a venire.






















Le scenografie di Giger (creatore di Alien)











Palazzo dell'imperatore di Chris Foss (predisposto per essere costruito) 
Astronave pirata con la spezia che si disperde
Ambienti ideati da Moebius (più grande)

giovedì 15 gennaio 2015

Musica e ricordi: quando i piloti della teiera si incontrarono

L'inverno più gelido del secolo. Fuori ci sono i lupi e dopo la neve è calato un sereno glaciale. Il termometro è precipitato a -18°

La prima volta a casa sua è un momento cruciale. Per tante ragioni.
Poi le tue mani, dopo aver accarezzato la sua pelle, sfogliano curiose una collezione di dischi e subito ti rimbomba il cuore nel vederne tre che ami e conosci a memoria. 
Se mai ti era venuta l'ombra di un dubbio, capisci allora di essere nel posto giusto.










Era appena uscita quella meraviglia di nome Stop Making Sense: alla regia Jonathan Demme e sul palco Talking Heads nel loro massimo splendore.
Una goduria totale grazie all'utilizzo per la prima volta della tecnologia digital audio.

mercoledì 7 gennaio 2015

Cinema e censura: I Diavoli di Ken Russell

Dopo l'abbuffata di classifiche e visioni di fine anno, qualche sera fa dopo infiniti rimandi, ho visto per la prima volta "I Diavoli" di Ken Russel. Probabilmente la versione meno tagliata in circolazione che complici le vacanze natalizie mi ha ispirato il post più lungo nella storia della teiera. Il tema affrontato e le ricerche svolte nei ritagli di tempo lo meritavano.

Il grande regista inglese morto tre anni fa, oltre ad essere ricordato per il musical Tommy è passato alla storia per aver diretto uno dei film più controversi del secolo scorso: un'opera considerata maledetta che all'epoca fu accusata di blasfemia, nonché sequestrata un po' ovunque. Talmente censurata che ancora oggi è di fatto impossibile riuscire a vedere una versione integrale. La Warner deve essersi pentita amaramente perché a distanza di 40 anni continua a rifiutarsi di far uscire una versione uncut, così com'era stata ideata e girata da Ken Russel. Ciò ha scatenato le ire del regista Guillermo Del Toro che di recente ha dichiarato “Ci sono poteri forti della Warner Bros che si rifiutano di dare l’ok per il rilascio dell’home video" definendo la posizione della major un vero e proprio atto di censura. I primissimi tagli che il regista aveva accettato prima dell'uscita erano infatti andati smarriti per poi essere ritrovati trent'anni dopo in un magazzino grazie alle ricerche del critico britannico Mark Kermode. Ricevuta l'autorizzazione dalla Warner e grazie all'aiuto del montatore originale, le sequenze erano state reinserite per una versione finalmente completa che venne proiettata a Londra nel novembre 2004. Da qui ci si attendeva una pubblicazione definitiva che però non è ancora stata realizzata.

Il film fu presentato alla mostra del cinema di Venezia del 1971 e subito si scatenarono le polemiche fino a chiedere la testa del neodirettore Gian Luigi Rondi, colpevole di averlo ammesso al concorso e addirittura a rischio di scomunica. L’Osservatore Romano attaccò il film definendolo “un lungo e convulso spettacolo di sadismo, di sesso, di violenza.” Giovanni Raboni, all'epoca critico del giornale cattolico L'Avvenire, fu licenziato in tronco per averne scritto una recensione positiva. In Italia la procura di Verona ne ordinò il sequestro, atto che fu poi smentito dal tribunale di Milano con una sentenza in cui si dichiarava che "le sequenze di un'opera cinematografica di carattere rigorosamente storico non sono da considerarsi oscene quando abbiano impostazione grottesca e caricaturale e siano dirette non soltanto a sottolineare la parodia di un'epoca e delle sue crudeli usanze ma a rendere attuale il perenne conflitto tra libertà individuale e sopraffazione statuale o religiosa. Peraltro sarebbe ingiusto per il giudice soffermarsi sulle singole scene isolandole dal contesto per valutarne l'oscenità perché così facendo si introdurrebbe una valutazione morale a cui normativamente si sottrae l'opera d'arte."  Un giudizio equilibrato che tuttavia non fu sufficiente, perché l'opera fu di nuovo sequestrata per poi essere definitivamente assolta dalla Cassazione.

Che cosa c'era di così sconvolgente da scatenare le ire di censori e benpensanti di mezzo mondo?
Il film ricostruisce le vicende storiche che a Loudun, nella Francia del 1634, portarono al famoso processo per satanismo e alla condanna del prete Urbain Grandier. In realtà si trattò di un processo politico che in pieno periodo controriformista fu voluto dal cardinale Richelieu per abbattere una delle ultime zone di convivenza religiosa tra cattolici e protestanti. L'abate Grandier ne era il garante, essendo anche succeduto temporaneamente al morente governatore Saint Marthe e avendo ricevuto da Luigi XIII in persona il permesso all'autogoverno della città. Per colpirlo furono utilizzate delle testimonianze raccolte in un convento di suore guidate dalla priora Jeanne de Belcier (soprannominata Giovanna degli Angeli), personalità in apparenza algida, ma probabilmente in preda all'ossessione sessuale nei confronti dalla figura carismatica di padre Grandier. La priora fu la sua principale accusatrice in seguito al rifiuto del sacerdote di diventare confessore della comunità delle Orsoline. Gli eccessi di cui fu accusato Ken Russell (in Svezia l'opera fu immediatamente ritirata «per sacrilegio dei valori religiosi e spirituali») trovano in realtà riscontro nei documenti e nelle cronache del tempo: un caso emblematico di un periodo buio ed intollerante nella storia della Chiesa, quando l'inquisizione ebbe un nuovo impulso all'inizio del XVII secolo. All'epoca e negli anni successivi alla condanna al rogo, viaggiatori e folle di curiosi si recarono in visita a Loudun ed al convento delle orsoline in una sorta di pellegrinaggio dell'orrore.



Il racconto di Russell raggiunge l'apice quando descrive il clima delirante all'interno del convento con le monache che per salvarsi dalle accuse fingono o credono veramente di essere possedute dai demoni e nel corso dell'esorcismo pubblico si lasciano andare ad eccessi di ogni genere (una sorta di rituale orgiastico che comprende la famigerata scena tagliata, denominata "The rape of Christ") confessando di essere state istigate da padre Grandier a commettere svariate nefandezze. Russell descrive la crudeltà e l’insensatezza degli uomini della Chiesa in un'atmosfera surreale, carica di sarcasmo e di humour nero dove l'esorcista, dall'aria inizialmente spaesata, sembra un hippie teletrasportato dal festival dell'isola di Wight con i suoi occhialini alla John Lennon. Si rivelerà poi il più feroce nei confronti del prete refrattario a confessare nonostante le terribili torture. Su tutti emerge un istrionico Oliver Reed nel ruolo di padre Grandier, prete libertino e anticonformista ma onesto ed umano in parallelo a Vanessa Redgrave, pure lei in un'interpretazione memorabile nelle vesti di Giovanna degli Angeli, una suora frustrata in quanto penitente contro la sua volontà, ingobbita e perennemente allucinata.
La complicità repressiva di Stato e Chiesa è mostrata in tutta la sua violenza con toni realistici e allo stesso tempo distorti come ad esempio nella scena della caccia al "corvo protestante" dove Luigi XIII si diverte a impallinare dei poveracci travestiti da uccelli neri; nelle sequenze farneticanti sulla peste di manzoniana memoria, oppure nelle visioni morbose di suor Giovanna prigioniera all'interno del convento ricostruito in modo asettico con rivestimenti bianchi.

L'impatto visivo è ancora oggi potente, grazie anche alle scenografie di Derek Jarman che si ispirò a Metropolis. Su richiesta del regista si cercò di realizzare un'ambientazione che andasse oltre le solite meticolose ricostruzioni storiche dei film in costume, optando per una scenografia "moderna" e per diversi aspetti anacronistica.
Grottesco, disturbante ed eccessivo sì, ma si tratta di un capolavoro: una pietra miliare per un certo tipo di cinema, quello che negli anni '70 ha conosciuto (come la musica) uno dei momenti più profilici dal punto di vista artistico e per i contenuti di rottura su tutti i fronti. Un must nella formazione di ogni cinefilo.





Oliver Reed, Vanessa Redgrave e Ken Russell sul set

sabato 3 gennaio 2015

Horses: un ragazzo e una ragazza in un negozio dischi...

In quel tempo lontano si usava prendere i dischi e porgerli al negoziante confidando nella sua generosità, mossi anche dalla necessità di non buttare le poche lire a disposizione in qualcosa di cui pentirsi.

... lei ha un anno in più ed è cresciuta a Bruxelles dove ha potuto assistere al leggendario Station to Station Tour più altri concerti che l'Italia non la sfiorano neppure. Lui, assetato di musica, beve i suoi racconti e quelli del fratello.
La ragazza prende un album con la foto in bianco e nero di una donna magrissima con le bretelle, una camicia bianca e una giacca sulle spalle. Lo porge sorridendo al baffone che sta dietro al banco e dopo pochi secondi il vinile comincia a girare sul piatto: "Gesù è morto per i peccati di qualcun altro, non per i miei". Il giovane Lucien legge sulla copertina il titolo della prima canzone (Gloria) e una data (1975). Com'è possibile che negli ultimi due anni non abbia mai ascoltato Patti Smith? La galoppata di Gloria diventa frenetica e il tempo sembra sospeso. Il ricordo nitido è quello di un colpo di fulmine. Mai come quella volta i soldi sono stati spesi bene.
Qualche tempo dopo alla stadio Dall'Ara di Bologna arriverà un appuntamento imperdibile per entrambi.

Quest'anno Horses compirà quarant'anni: l'ultimo album protopunk o il primo album punk nella storia della musica? Forse entrambi o nessuno dei due, ma al di là della sua rilevanza storica, un disco ancora oggi di una bellezza struggente.
Buon compleanno per altri due grandi dischi usciti nel 1975 a cui sono particolarmente affezionato: Rimmel e Zuma.

Robert Mapplethorpe, autore della copertina di Horses

martedì 30 dicembre 2014

Abitudini smarrite

John Atkinson è un vignettista canadese di Ottawa - wronghands1.wordpress.com 























Alcuni sembrano ricordi già talmente lontani da farci un parco storico a tema, ma al massimo saranno passati due decenni. Quante di queste abitudini avete abbandonato o perso per strada? Io tutte, a parte chiacchierare con le persone che incontro e guardare l'orologio. L'ultima in ordine di tempo è il quotidiano all'edicola, pochi anni fa con un briciolo di dispiacere. 
Non sono nostalgico, ma sono sempre stato un ottimo navigatore cartina alla mano (e da sempre un pessimo guidatore). Nel 2001 in camper, di fianco al fidato Ezio alla guida, attraversammo tutta la California senza mai sbagliare una strada, metropoli comprese! Vuoi mettere la soddisfazione?

Belle cose a tutti.

sabato 27 dicembre 2014

Cinema: il meglio e il peggio del 2014



Se è vero come ha detto il grande Alfred che “un film è la vita a cui sono stati tagliate le parti noiose” bisogna ammettere che in questo 2014 non ci siamo annoiati.
Un settantina di film di cui quasi la metà (quelli a priori ritenuti meritevoli) visti al cinema, mentre il resto sulla teiera. Complice il trasloco, qualcosa di buono è umanamente sfuggito e vedremo di rimediare.
Quando si assegnano voti è sempre complicato utilizzare un metro di giudizio coerente: come valutare un tema. La soggettività resta comunque una componente non trascurabile, però quando penso al massimo lo associo automaticamente a grandi e indiscussi capolavori, per esempio Arancia Meccanica, Pulp FictionApocalypse Now, Rashômon, I quattrocento colpi, giusto per fare i primi titoli che mi vengono in mente. Quindi capite bene che prima di regalare un dieci o anche un nove...
Ovviamente si tratta di un gioco e anche di un passatempo che già prima della rete mi divertivo a fare su carta.

IL PODIO

IL SALE DELLA TERRA di W. Wenders e J. R. Salgado - 9 potente

BOYHOOD di Richard Linklater -  8½ universale

IL GIOVANE FAVOLOSO di Mario Martone - 8½ abbagliante 

L'ECCELLENZA

Grand Budapest Hotel di Wes Anderson - 8 inconfondibile
Mud di Jeff Nichols - 8 twainiano
Interstellar di Cristopher Nolan - 8 denso
Belluscone - Una storia siciliana di Franco Maresco - 8 antropologico
American Hustle di David O. Russel - 8 consistente
The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese - 8 debordante
Smetto quando voglio di Sydney Sibilia -  7½ spassoso
Mommy di Xavier Dolan - 7½   intenso
Due giorni, una notte di F.lli Dardenne -  7½ attuale
Il capitale umano di Paolo Virzì - 7½ emblematico
Io sto con la sposa  7½ vitale
Pride di Matthew Warchus - 7½  brillante
Lo sciacallo - The Nightcrawler di Dan Gilroy - 7½ cinico 

DA VEDERE

Tutto può cambiare 7 positivo
The Congress 7 visionario
Gone Girl 7 inquietante
Il treno va a Mosca 7 prezioso
Nebraska 7 agrodolce
La sedia della felicità 7 leggero
Snowpiercer 7 steampunk
12 anni schiavo 7 crudo
Dallas Buyers Club 7 solido
Frances Ha 7  alleniano

SI PUO' VEDERE

Predestination 6½ intricato
I Origins 6½ bipolare
St. Vincent 6½ simpatico
Le meraviglie 6½ bucolico
A proposito di Davis 6½ malinconico
Frank 6½ border line
I guardiani della galassia 6½ godibile
Storia di una ladra di libri 6½
Quel che sapeva Maisie 6½ toccante
We are the best 6½ delicato
Storie pazzesche 6½
Nottetempo 6 frammentato
La ragazza del dipinto 6 politically correct
Chef - La ricetta perfetta 6
La spia - A most wanted man 6 cerebrale
Ida 6 austero
Piccole crepe grossi guai 6 deprimente
Solo gli amanti sopravvivono 6 pallido
Amore, cucina e curry 6 patinato
The railway man 6 convenzionale
Under the skin 6 distante
The Stag 6 irish
Escape from tomorrow 6 delirante
I segreti di Osage County 6 verboso
Disconnect 6 prevedibile
The Butler 6 filo-oscar
Divergent 6 adolescenziale
Non dico altro 6 garbato
Magic in the Moonlight 6 ordinario

ANCHE NO/DA EVITARE

C'era una volta a New York 5½ scarico
Pazza idea 5½ gonfiato
Jimi: All Is by My Side 5½ farraginoso
The Rover 5½ inconcludente
Le week-end 5½ mono-tono
CBGB 5½ parodistico
Baby Sitting 5½ fracassone
Anarchia La notte del giudizio 5½ scontato
Instructions not included 5 forzato
Party girl 5 sciatto
I due volti di gennaio 5 ammuffito
These final hours 5 mediocre
Gigolo per caso 5 fiacco
Anita B. 5 scialbo
The Counselor-Il procuratore 5 falso
Monument Men 5 approssimativo
Un milione di modi di morire nel west 4½ trito
Cattivi vicini 4 penoso

martedì 23 dicembre 2014

Pride per evitare i cinepanettoni



Sono passati trent'anni da quando nel 1984 il pugno duro della Thatcher si abbatté sui minatori del Galles con la chiusura programmata di venti siti estrattivi di carbone; un provvedimento che equivaleva alla perdita di 20 mila posti di lavoro. Iniziò uno sciopero a oltranza che diede vita al più grande scontro di classe nell'Inghilterra del dopoguerra. Una lotta durissima durata più di un anno e costata due morti, quasi 2000 feriti, migliaia di arresti e licenziamenti per rappresaglia. La sconfitta di quelle lotte portò poi al liberismo sfrenato che generò sì ricchezza, ma anche grande disparità sociale. 
Una parte della storia è raccontata in Pride da un'angolazione particolare partendo da un episodio realmente accaduto, quello che vide due minoranze solidarizzare in maniera imprevedibile: i minatori del Galles insieme al movimento LGSM (Lesbians & Gays Support Miners) che per supportare le lotte dei lavoratori gallesi promosse una raccolta di fondi culminata con il concerto del 10 dicembre 1984 all'Electric Ballroom di Camden. (Sting ed Helton John declinarono l'invito che invece fu accettato da Jimmy Somerville dei Bronski Beat).

Il regista Matthew Warchus confeziona un film coinvolgente, raccontato con il classico stile inglese dove i momenti di drammatici e quelli divertenti si alternano con ritmo. Trattandosi di una commedia gli si perdonano i passaggi più ruffiani e superficiali, anche perché la storia è in grado di restituire in maniera intatta il mood di quegli anni grazie ad una strepitosa colonna sonora e a scene esilaranti come questa. Tra i coming out dei figli della buona borghesia inglese e lo spettro incombente dell'Aids, un film corale che descrive con leggerezza il modo in cui si possono spezzare le barriere del pregiudizio. Giovani e anziani, gay ed etero, radicali e proletari uniti per una battaglia che coniugava il diritto al lavoro con i diritti civili.
Incredibile a dirsi, i rudi minatori gallesi nel 1985 si unirono alla testa del corteo del Gay Pride a Londra. In seguito le Unions inglesi accettarono per la prima volta di includere nel loro statuto i diritti dei gay proprio su pressione dei minatori.
Distribuzione fuori dai circuiti maggiori per uno dei pochi film usciti a Natale che merita di essere visto in mezzo alla solita invasione di cine-panettoni.

Voto 7½/10

  

lunedì 15 dicembre 2014

Il sale della terra





















Vent'anni fa Wim Wenders acquistò in una galleria due fotografie che lo avevano colpito senza sapere chi fosse l'autore. In particolare il ritratto di una donna tuareg cieca scattato in Mali nel 1985. Da qui nacque la sua passione per il lavoro e le opere di Sebastião Salgado.

Wenders è un regista che ho amato tantissimo fino ai primi anni '90, ma che da un certo punto in poi ho smarrito per strada. Non so spiegare il perché, tuttavia sono contento di averlo ritrovato in questo splendido documentario sulle tracce di Salgado, fotografo brasiliano che per decenni ha attraversato il nostro pianeta documentando la condizione umana per poi dedicarsi nell'ultima fase della sua vita alla potenza e alla poesia della natura nel progetto Genesi. Immagini primordiali, di una bellezza che toglie il fiato:
In Genesi vedrete dunque fotografato ciò che noi tutti insieme dobbiamo, e sottolineo dobbiamo, proteggere. Quella parte cioè che resta estremamente viva - forse un 45% - ed è ancora come al tempo della Genesi. 
Quello di Salgado è un percorso monumentale durato quarant'anni e iniziato con Other Americas, il primo viaggio in America Latina intrapreso per descrivere la vita delle comunità indios e contadine più sconosciute, e giunto a compimento con la creazione di Instituto Terra. Quasi un'utopia nata da un'idea della moglie e divenuta realtà nello stato di Minas Gerais, dove l'abbattimento della fore­sta pluviale atlantica aveva portato alla desertificazione di una vasta zona, che comprendeva anche la fattoria della fami­glia Sal­gado. Due milioni di alberi piantati che in soli dodici anni hanno ricreato l'ambiente naturale originale e dato vita ad un centro di educazione ambientale per gli studenti, nonché a un parco nazionale.





Tornando al film, durissima al limite dell'insostenibile, è la parte in cui lo stesso Salgado racconta e mostra il suo lavoro di testimonianza dai luoghi dell'orrore: il primo viaggio in Africa insieme a Medici Senza Frontiere durante la carestia nel Sahel; poi anni dopo, il geno­ci­dio in Rwanda, la guerra nella ex Jugoslavia e infine il Congo nel 1997: esperienze devastanti, faccia a faccia con gli abissi della follia umana che lo fecero ammalare di una profonda depressione.
C'è chi ha criticato Wenders e Salgado stesso di un approccio alla Bono Vox ai problemi del mondo. A me sembrano critiche superficiali o per partito preso; penso che il regista tedesco abbia trovato la chiave giusta per raccontare l'arte di un uomo limpido e intellettualmente onesto, adottando tre punti di vista: il suo, fatto di rispetto e ammirazione; quello del figlio Juliano Ribeiro (co-regista) che ha accompagnato il padre nei suoi ultimi viaggi; infine quello soggettivo del grande fotografo attraverso la storia della sua vita narrata in prima persona. Tutt'al più celebrativo, ma trovo che non ci sia nulla di sbagliato nell'omaggiare un uomo che con immagini di rara potenza è stato in grado immortalare come pochi altri la condizione umana negli eventi della Storia contemporanea. Per me una forte esperienza emotiva e anche una testimonianza che mi ha lasciato un segno profondo. Trailer

“Per un vero fotografo una storia non è un indirizzo a cui recarsi con delle macchine sofisticate e filtri giusti. Una storia vuol dire leggere, studiare, prepararsi. Fotografare vuol dire cercare nelle cose quel che uno ha capito con la testa. La grande foto è l’immagine di un’idea.” Tiziano Terzani

Brasile 1986 - Sierra Pelada, 50.000 cercatori d'oro

venerdì 12 dicembre 2014

Ai figli regalate una laurea, non una casa*

Quando eri più piccolo ti dicevamo: "Studia, perché noi non abbiamo nulla di meglio della nostra mente." Niente intrallazzi, né conoscenze o raccomandazioni e neppure l'azienda di famiglia per regalarti un lavoro.

A turno di sera (siccome non dormivi mai) ti leggevamo il GGG, Asterix, Gianni Rodari e qualsiasi altro libro ci capitasse per le mani, pur di riuscire nell'impresa di farti prendere sonno. Fino a quando, per fortuna, hai cominciato a farlo da solo. Ricordi la tua sfida con "Il signore degli anelli? E poi i viaggi, le mostre, il cinema e i concerti per la nostra gioia e per il tuo interesse (almeno così speravamo). 
E la musica...  Possibile che con due genitori "pallinati" non ti venisse voglia di suonare?
I genitori hanno sempre troppa fretta, ma tutto arriva quando meno te lo aspetti o quando sei distratto. 

All'inizio coi figli il tempo sembra rallentare, poi accelera improvvisamente e vola via veloce. E così un giorno ci si ritrova, quasi increduli, alla vigilia di una laurea che dovrebbe sancire la tua specializzazione in Sviluppo e Cooperazione Internazionale con una tesi sull'immigrazione. Beh, visto lo stato della cooperazione in Italia dopo le ultime vicende romane, c'è da mettersi le mani nei capelli. E poi l'hai detto anche tu: - Cos'ho imparato in questi anni? Ho soltanto un po' di cultura in più! Alla domanda di amici e parenti che chiedono cosa sei diventato, rispondo scherzando, ma neanche troppo: "Un nuovo impiegato per i Call Center."

Ecco, allora che si fottano: l'Italia, il lavoro e il 47% di disoccupazione giovanile.
Io oggi sono felice e te lo ripeto ancora: studia, conosci, viaggia; e ricordati di amare sempre la vita e le persone che lo meritano, magari anche lontano dai miasmi di questo paese.

* titolo preso in prestito da un articolo del Sole 24 ore (comunque, coi tempi che corrono, anche una casa non è poi così male).