mercoledì 25 marzo 2015

Nonno Massimè e l'adolescenza spericolata

Nonno Massimè (Massimino) era nato nel 1904 e faceva il falegname. Era specializzato in cucce per cani, scale e piccoli attrezzi che vendeva al mercato.
Da buon romagnolo era anti-clericale e passava le sere all'osteria a bere e declamare versi in dialetto. Era semi-analfabeta, ma è stato uno degli ultimi raccontatori della Zirudela: un componimento ironico in rima baciata che veniva creato a memoria e declamato in pubblico, alle fiere, ai pranzi o alle feste. Tempo fa ho scoperto che nonno Massimè nel 1978 venne invitato presso la biblioteca pubblica a registrare  la sua storia e a declamare le Zirudel che aveva creato nel corso degli anni su vari avvenimenti personali, locali, ma anche nazionali, come la guerra e il fascismo.

Un giorno andai dai nonni e vidi un camion pieno di legna che stava scaricando nel cortile; mai vista così tanta e chiesi una spiegazione al nonno:
I m'ha det "Piò ca nin tulì, manc la còsta" Alora me: "Dasiman intant che a sén a péra!"Mi hanno detto: Più ne prendete e meno costa. Allora io: "Datemene finché siamo pari".
Quando io e miei cugini lo facevamo incazzare, bisognava smammare in fretta perché poteva lanciarci contro qualsiasi cosa bestemmiando in dialetto tutti i santi e i parenti che ci avevano generato. Ben presto però avevamo capito che era solo una mossa intimidatoria, infatti l'attrezzo volava sempre a una certa distanza. Alla fine era diventato una specie di gioco, anche se a volte lo facevamo veramente imbestialire. Il momento migliore era alla sera, quando le giornate si allungavano e si poteva uscire a giocare anche dopo cena. A volte capitava di incontrarlo di ritorno dall'osteria; se era di buon umore (e molto spesso lo era grazie a Bacco) era l'unica occasione in cui si riuscivano a scroccare le 500 lire.

Erano i primi anni '70. Per me e per i miei due cugini, la falegnameria era l'arsenale in cui forgiavamo armi di ogni genere: fionde, lance ma soprattutto le spade da usare durante le epiche battaglie a squadre nei pomeriggi dopo la scuola nell'immenso ospedale in costruzione del paese.
Fulminati dalle gesta di Dwight Stones alle olimpiadi di Monaco, preparammo dei sacconi rudimentali e convincemmo il nonno ad aiutarci a costruire un'attrezzatura per il salto in alto. Nel cortile si radunava tutto il quartiere per provare a saltare, ma fummo noi per primi a sperimentare da autodidatti lo stile fosbury. Il pavido signor Toschi, il prof di ginnastica delle medie, si rifiutava di insegnarcelo: lo riteneva pericoloso perché si cadeva di schiena, ma in realtà si capiva che non ne aveva un'idea. Era ancora un fautore convinto del vecchio stile ventrale. Avvenne invece che ai giochi della gioventù io e miei cugini, nelle rispettive competizioni, stracciammo chiunque saltando un metro e mezzo e spicci, una misura notevole per dei ragazzini delle medie. La cosa incredibile era mio cugino più grande: essendo orbo come pochi, prima di saltare metteva un fazzoletto sull'asticella, altrimenti da lontano non riusciva a vederla.
Dopo qualche tempo sperimentammo anche il salto con l'asta usando di nascosto le pertiche del nonno come leve. Una roba da accopparsi, ma miracolosamente nessuno si fece mai male. Qualcuno poi continuò alle superiori, entrando a far parte della società di atletica di Lugo di Romagna.

lunedì 23 marzo 2015

Fino a qui tutto bene (o quasi)

Dopo avere ascoltato l'intervista radiofonica di Roan Johnson, che raccontava l'iter produttivo del suo secondo lungometraggio, Fino a qui tutto bene, avevo qualche aspettativa per questa commedia; soprattutto la speranza di ritrovare la freschezza e il divertimento di Smetto quando voglio ed evitare la pesantezza pseudo-intellettuale di Castellitto e consorte, ormai puntuali come le tasse.
Non avendo una vera produzione, il film è stato girato in quattro settimane con 250.000 euro di budget ed è nato come Co-Producers, il meccanismo organizzativo per cui il cast e la troupe si autofinanziano per poi dividersi in percentuale le eventuali entrate.
Il regista anglo-pisano (fino a qualche anno fa solo sceneggiatore) è stato spinto e sponsorizzato da Virzì, entusiasta dopo la lettura della sceneggiatura. La trama è molto semplice e racconta gli ultimi giorni insieme di cinque ragazzi laureati nell'appartamento a Pisa dove hanno studiato e convissuto per anni. E' giunto il momento delle scelte riguardanti il loro futuro: chi tornerà in famiglia, chi andrà all'estero e chi ancora non sa cosa farà...
Tonalità agro-dolci per una commedia molto sentita che è anche un addio alla giovinezza (ormai protratta ad oltranza) di una generazione cresciuta nel ventennio berlusconiano e ora alle prese con la crisi e la disoccupazione. L'umorismo e le situazioni grottesche non mancano, ma il sottotesto è amaro, come l'ombra dell'amico che se n'è andato in maniera tragica. 
Fin qui tutto bene, anche se alcune cose non mi hanno del tutto convinto: certi dialoghi a volte forzati (Tu ci andresti mai con una fascista?) situazioni sul filo del patetico (i ragazzi in auto che cantano in coro Morirò d'incidente stradale) o poco convincenti, come la scalcagnata compagnia di teatro alternativo stile anni '70. Di ragazzi ne conosco parecchi e credo di poter dire che alcuni passaggi li ho trovati non del tutto credibili. Nel complesso comunque una commedia positiva e sufficientemente gradevole, dove emerge su tutti la simpatia di Paolo Cioni, ventinovenne pisano doc. Anche se non segnerà la stagione, una ventata d'aria fresca che lascia sperare in una via alternativa ai cliché ammuffiti in cui sta stagnando da troppi anni questo genere in Italia.


domenica 8 marzo 2015

Moses Luster and the Hollywood Lights

Prendete le tonalità più baritonali di Ian Curtis, Matt Berninger e Johnny Cash, fondetele insieme e otterrete il timbro di Moses Luster. Molto scarne le informazioni che si trovano in rete; le poche note biografiche raccontano che Moses si sia fatto le ossa nei casino e nei locali meno in di Las Vegas e Reno. Dopo diversi anni si è trasferito a Hollywood dove ha cominciato a scrivere canzoni, raccontando di losers, bevitori e cuori spezzati. Per la sua musica sono stati scomodati pezzi da novanta come Johnny Cash, Nick Cave, Tom Waits. Non so quanto i paragoni siano opportuni o forzati, ma sono rimasto molto colpito da questo album intitolato Hangman's Door, suonato in compagnia dei fantomatici Hollywood Lights.
Su bandcamp lo si può ascoltare tutto in streaming.




martedì 3 marzo 2015

Gli effetti collaterali di Inherent Vice

Gordita Beach, Los Angeles 1970. E' passato solo un anno dall'utopia di Woodstock e gli ideali di pace a amore del movimento hippie stanno cominciando a naufragare, divorati dall'eroina e dispersi in mille rivoli, incluse le derive deliranti come quella di Charles Manson e della sua Family, che diede il colpo di grazia alla controcultura esplosa con la Summer of love del 1967. Milioni di giovani e sognatori si ritrovarono a passare, con un traumatico risveglio, dall'età dell'innocenza agli anni '70 di Nixon. Vedere questo film senza aver presente un minimo di contesto storico e magari non conoscendo la filmografia di Paul Thomas Anderson si può correre il rischio di fare la fine dei due ragazzi seduti al cinema nella mia fila: dopo aver ridacchiato per venti minuti ai dialoghi surreali e alle gag di Phoenix, all'inizio del secondo tempo se ne sono andati scoraggiati.

Riassumere la trama è un esercizio quasi impossibile quanto inutile per la mole dei personaggi e la decostruzione dissacrante del noir che opera Anderson. 
Sortilège (la cantautrice Joanna Newsom) è la voce narrante, una specie di oracolo capace di entrare nella vita interiore delle persone con una visione d'insieme superiore. Sarà lei a introdurci nella vita incasinata di Doc Sportello (un Joaquin Phoenix incommensurabile vestito come Neil Young), detective privato alternativo, sognatore e accanito consumatore di marijuana. In seguito alla richiesta d'aiuto della sua ex-ragazza, preoccupata per le sorti del suo amante, magnate delle costruzioni, Doc si ritrova in un garbuglio inestricabile di situazioni e personaggi che aumentano inesorabilmente a fronte degli appunti concisi che ogni tanto scrive nel suo taccuino. 

Smarrirsi in Vizio di forma è facile ma non è un problema, basta lasciarsi andare al flusso come Doc (gli occhi persi di Phoenix raccontano tutto), anzi è quasi più importante che trovare una bussola, anche perché le indagini passano ben presto in secondo piano per raccontare lo smarrimento di un'epoca e il crollo delle illusioni: dall'amore libero che diventa merce di scambio, al mito delle droghe che liberano la mente soppiantate da quelle pesanti e infine dal pacifismo corroso dalla violenza e dal business. Simbolo evidente è rappresentato da Shasta, l'ex-fidanzata del detective che ha barattato il sogno hippie in cambio di denaro e agiatezza. 
Il mio stato d'animo all'uscita della sala? Confuso e felice, come se gli effluvi delle decine di cannoni fossero usciti dallo schermo. Rapito dai dialoghi dilatati e meravigliosi, per una colonna sonora a base di Can, Jonny Greenwood, Neil Young e grazie ad una galleria di personaggi memorabili (Big Foot - Josh Brolin su tutti) che lasciano il segno. Qualche momento di stanca non manca e forse restare nelle due ore non sarebbe stato male. Non è il migliore film di Anderson, Magnolia resta nell'olimpo, ma come al solito siamo ad un livello che in pochi si possono permettere. Nell'America del nuovo millennio, nessuno meglio di lui è riuscito a raccogliere l'eredità di un regista come Robert Altman.



lunedì 2 marzo 2015

La risata perfetta dei Sycamore Age

In Italia esistono ancora spiriti liberi con la voglia di sperimentare ed esprimersi senza tanti condizionamenti. Un bell'esempio è costituito dai Sycamore Age da Arezzo, appena usciti con il loro secondo album intitolato Perfect Laugher (clic per l'ascolto su spotify). Non un disco facile, dall'architettura sofisticata e con mille sfaccettature che emergono ascolto dopo ascolto in un mosaico che attinge liberamente dalla psichedelia folk alla storia del progressive, per approdare a una sorta di post-rock onirico e spirituale. Quasi impossibile trovare riferimenti nel panorama attuale; mi vengono in mente gli australiani Tame Impala, se non fosse che stiamo parlando di un ensemble di sette polistrumentisti (in parte formati al conservatorio) di difficile inquadratura musicale e questo è uno degli aspetti che mi affascina maggiormente quando incontro artisti che non conosco. La voce è Francesco Chimenti, figlio di Andrea, già frontman dei Moda (senz'accento mi raccomando) uno dei gruppi storici della new wave italiana degli anni '80 che ebbe a Firenze uno dei suoi centri nevralgici (Litfiba, Diaframma, Neon).  
I Sycamore Age sono un gruppo molto eterogeneo di sette elementi, con grosse, e fortunatamente proficue, disparità generazionali e formative. C'è chi viene da studi classici, chi dalla "strada"; chi ha delle inclinazioni musicali e chi ne ha altre...in definitiva, abbiamo fatto di questo minestrone di anime il nostro maggiore punto di forza. Tutta l'intervista

Il video di Dalia, terza traccia dell'album con i seguenti protagonisti:
William Worlus
Doctor Dog
Charlie Cat
Bianca Lamb
Lucy Lamb
Clover Cow
Special guest: Gesù Bambino



Un capolavoro di musica, immagini e movimento è il video di Heavy Branches, vincitore due anni fa del PIVI (Premio Italiano Videoclip Indipendente). Il video si avvale della partecipazione di Sayoko Onishi, danzatrice di Butoh.

giovedì 26 febbraio 2015

Frasi e scene cult della storia del cinema sulla teiera volante

Mi sono divertito a mischiare il sacro col profano.

Noi siamo gli uomini vuoti
noi siamo gli uomini impagliati
appoggiati l'uno all'altro
la testa piena di paglia. Ahimè!
Le nostre voci disseccate
che bisbigliano tra loro
sono sorde e prive di significato
come il vento sull'erba rinsecchita
o zampe di topo sopra frammenti di vetro
nelle nostre cantine aride
Volume senza forma, ombra senza colore
forza paralizzata, gesto senza movimento

Marlon Brando - Colonnello Kurtz
(Apoclypse Now, 1979)







Io non posso ascoltare troppo Wagner, lo sai: già sento l'impulso ad occupare la Polonia.
Woody Allen a Diane Keaton (Misterioso omicidio a Manhattan, 1993) 

Avete mai fatto caso che ogni tanto si incrocia qualcuno che non va fatto incazzare? Quello sono io! 
Clint Eastwood - Walt Kowalski (Gran Torino, 2009)

Ecco che cosa succede quando cerchi di fottere chi non conosci!
John Goodman - Walter (Il Grande Lebowski, 1997)

Mai stato così lontano dallo stare bene.
Marsellus Wallace (dopo essere stato vittima dei due maniaci nel retro del negozio)
Pulp Fiction, 1994

Quei cazzo di hobbit sono una palla da suicidio. Tutto il film a seguire una camminata! Tre film con questi stronzi che fanno trekking verso un cazzo di vulcano!
Jeff Anderson - Randal (Clerks II, 2006)

I tuoi genitori dicono che tu menti sempre.
Beh, mento... Mento ogni tanto, si... spesso. Se dicevo la verità non mi credevano!

Jean-Pierre Léaud (I 400 colpi, 1959)

MODESTAMENTE...

- Come fai a sapere il cingalese? 
- Una volta che sai il sanscrito tiri giù tutto il ceppo..
I benzinai latinisti (Smetto quando voglio, 2014)

Mi dispiace, ma io so' io e voi non siete un cazzo!
Alberto Sordi - (Il marchese Del Grillo, 1981) 

Voglio scopare tutto quello che si muoveee!
Dennis Hopper - Frank Booth (Velluto Blu, 1986)

E d'un tratto capii che il pensare è per gli stupidi, mentre i cervelluti si affidano all'ispirazione.
Malcom McDowell - Alex (Arancia Meccanica, 1971)

William Holden: Mi ricordo di voi, siete Norma Desmond, eravate grande!
Gloria Swanson: Io sono ancora grande, è il cinema che è diventato piccolo!
(Viale del tramonto, 1950)

E per chiudere...

martedì 24 febbraio 2015

Il 24 febbraio 1975 usciva Physical Graffiti

Dopo aver celebrato Horses , ecco un altro capolavoro datato 1975 che compie proprio oggi quarant'anni.
Una copertina di cui ho raccontato anni fa in uno dei primi post della teiera e che con la sua foto dell'edificio vittoriano al 96 St. Mark's Street di New York è diventata un'icona dell'immaginario collettivo. Un album da collocare in quella schiera di pochi eletti che hanno avuto il merito cambiare il corso della musica, testimoniando in questo caso la summa artistica dei Led Zeppelin e nello stesso tempo la certificazione della morte del classico rock targato 70's in cui Page, Plant, Jones e Bonham sono stati i numeri uno. Due anni dopo arrivò il colpo di grazia con il punk.
Nell'occasione esce l'immancabile edizione super, extra, mega deluxe con sette tracce in più, ma voglio segnalare un interessante tributo uscito in cd con la rivista Mojo: Physical Graffiti Redrawn


1. White Denim – Custard Pie
2. Blackberry Smoke – The Rover
3. Miraculous Mule – In My Time of Dying
4. The Temperance Movement – Houses of the Holy
5. Son Little – Trampled Underfoot
6. Songhoy Blues – Kashmir
7. Syd Arthur – In the Light
8. Laura Marling – Bron-Yr-Aur
9. Max Jury – Down By the Seaside
10. Michael Kiwanuka – Ten Years Gone
11. Duke Garwood – Night Flight
12. Rose Windows – The Wanton Song
13. Kitty, Daisy & Lewis – Boogie with Stu
14. Hiss Golden Messenger – Black Country Woman
15. Sun Kil Moon – Sick Again

giovedì 19 febbraio 2015

Whiplash: ovvero come trasformare il conservatorio in una caserma punitiva


Al di là della visione cinematografica che scorre anche piacevole, ci sono aspetti legati alla realtà dell'essere musicista che mi hanno lasciato perplesso.
Le situazioni da caserma punitiva, con l'insegnante nei panni del sergente Hartman di Full Metal Jacket, pur divertendomi all'inizio, hanno finito con lo stancarmi, facendo sorgere l'idea che tutta l'impalcatura, jazz compreso, sia solo un pretesto. Come ambientazione potevano andare bene anche il pugilato, la ginnastica artistica o il canottaggio, visti i ritmi alti da tenere e la prova muscolare del protagonista.
Non dubito del talento di Damien Chazelle (regista trentenne di Providence, Rhode Island) in grado di infondere un bel ritmo alla storia e per certi aspetti anche di spiazzare lo spettatore nel tratteggiare la personalità del ragazzo e soprattutto nel tralasciare gli aspetti più convenienti dal punto di vista commerciale (come ad esempio la storia d'amore appena abbozzata e poi completamente ignorata), per focalizzarsi sull'allievo e sulla volontà assoluta di raggiungere l'obiettivo. Da qui a dichiararlo il miglior film musicale degli ultimi anni...

Come ho letto a margine di questa recensione:
... per dover di cronaca, in qualsiasi orchestra che ho avuto modo di sentire se non addirittura conoscere, se un suo componente si azzardasse a fare solo un decimo di quello che ha combinato il ragazzo nell'ultimo concerto (tra errori e sbruffonate), non suonerebbe più per il resto dei suoi giorni, se non da solo. Su una cosa come questa sì, i musicisti sono spietati tra loro.


p.s. Comunque anch'io e il mio amico Fina una volta abbiamo versato sangue sui nostri strumenti, ma non per il troppo allenamento: eravamo in montagna e suonare da sbronzi e senza plettro davanti al fuoco non è molto salutare per le dita.



  

martedì 10 febbraio 2015

Birdman: e io che mi aspettavo un film su un supereroe...
















No, non temete, non è la milionesima recensione di Birdman!
Il giudizio più originale che ho letto nel profluvio di post e commenti che hanno sommerso la rete è quello di uno spettatore stizzito e deluso (o sarcastico?):
fa schifo... palloso come pochi ed abbastanza truffaldino, perchè uno vede il trailer con il mega-uccello e l'inizio del film e si aspetta un film di super-eroi, non un'agonia filosofisca sulla psicosi di un uomo. 
Siamo nel cuore della critica che stronca (argomento fra l'altro centrale nel film).

Citazioni cult a parte, ciò che ha maggiormente diviso nelle discussioni del mondo blogger è il finale del film: da alcuni giudicato deludente o addirittura in caduta libera; da altri geniale. Come ho scritto commentando il post di James Ford, viste le premesse è un finale perfetto: Keaton/Thomson  in preda alla schizofrenia tra il St. James Theater di Broadway e il suo passato da Birdman, (tra la nicchia indie-cultural-snob e il mainstream) compie una scelta definitiva e radicale, riflessa negli occhi trasognati della figlia, andando oltre ... e oltre l'azzurro della tenda nell'azzurro io volerò ...

Ho anche letto di un finale alternativo (mai girato) che prevedeva un cameo di Johnny Depp:
“La macchina da presa si sarebbe mossa, come in tutto il resto del film, attraverso il backstage e i corridoi che abbiamo imparato conoscere e saremmo finiti in un camerino in cui Johnny Depp, intento a osservarsi nello specchio, stava indossando la parrucca di Riggan Thompson (il nome del personaggio interpretato da Keaton, ndr) con il poster di Pirati dei Caraibi 5 sullo sfondo. Poi avremmo sentito la voce di Jack Sparrow dire ‘Come ci siamo ridotti così, amico?'”.

In ogni caso, dopo un film così, non resta che attendere il 26 febbraio quando uscirà Vizio di forma di P.T. Anderson, perché sarà difficile trovare di meglio nelle uscite imminenti. 

Il nuovo voto teiera:


lunedì 9 febbraio 2015

Non sposate le mie figlie e non esaltatevi come al solito per qualsiasi commedia francese

Una coppia tradizionale della provincia parigina è sull'orlo della disperazione a causa delle tre giovani figlie sposate (tipo barzelletta) con un magrebino, un ebreo e un cinese. Ormai le speranze di avere finalmente un genero francese DOC sono tutte riposte nella quartogenita...

Va beh, ogni volta che arriva in Italia una commedia francese ci si esalta oltremisura. Stavolta c'è ben poco: battute spesso scontate in un film dove non si ride mai e soprattutto l'apoteosi del cerchiobottismo, misto al terrore di apparire politicamente scorretti. 
Il risultato è zero empatia per qualsiasi personaggio e tutt'al più qualche accenno di sorriso in una trama che scivola via senza sussulti particolari.

Spoiler (si fa per dire)
Non penso di rivelare nulla scrivendo che ovviamente trionferanno i buoni sentimenti e la marsigliese con gran ballo finale multietnico.

Speriamo che a qualcuno non venga di nuovo l'idea di replicare la versione italiana, come è già accaduto recentemente con Cena tra amici (decisamente molto più coraggioso e meritevole di questo) ripreso da Francesca Archibugi e Giù al Nord.

voto:

venerdì 30 gennaio 2015

Visioni - Gennaio 2015

Mentre cresce l'attesa per Vizio di forma, il nuovo P. T. Anderson, nelle ultime settimane ci è toccata un'abbuffata di biopic! Dopo i cinepanettoni, pare che gennaio (oltre all'influenza che anche quest'anno mi ha colpito senza pietà) sia consacrato a questo genere.

Big eyes 
Tim Burton  (Usa, uscita 1 gennaio)

Lei brava, Christoph Waltz irritante, Burton non pervenuto.




Hungry hearts
Saverio Costanzo  (Italia, uscita 15 gennaio)

L'insostenibile (mancanza di) leggerezza dell'essere.




The Imitation game
Morten Tyldum  (UK - USA, uscita 1 gennaio)

"Sono le persone che nessuno immagina che possano fare certe cose quelle che fanno cose che nessuno può immaginare..."
 


La teoria del tutto
James Marsh  (Gran Bretagna, uscita 15 gennaio)

Le equazioni più elementari e l'elusione di argomenti scomodi sono sempre le vie più sicure per la vendemmia degli Oscar. Tutto (troppo) calibrato al punto giusto.




Medianeras - Innamorarsi a Buenos Aries
Gustavo Taretto  (Argentina - Spagna - Germania, uscita 2 ottobre 2014)

Ignorato dalla distribuzione (era stato presentato al Festival di Berlino addirittura  del 2011) e poi stranamente fatto uscire con tre anni di ritardo. Un ritratto leggero sulla solitudine e sulle nevrosi contemporanee della nostra società iperconnessa.





The Drop - Chi è senza colpa
Michael Roskam  (USA, Torino Film Festival 2014)

Se uscirà in Italia non s'è ancora capito. Qualche idea originale all'interno del solito film di malavita metropolitana (qui siamo a Brooklyn) che a conti fatti non va oltre la sufficienza. Ultima buona prova di James Gandolfini affiancato da Tom Hardy nella gestione di un bar che nasconde attività illegali.





The Guest
Adam Wingard  (USA, Torino Film Festival 2014)

Violenza e umorismo si intrecciano in maniera divertente, supportati da una strepitosa colonna sonora sintonizzata direttamente con gli anni '80 (riferimento costante in tutta la pellicola).




Turner
Mike Leigh (Gran Bretagna, uscita 29 gennaio 2015)

Rigorosa e impeccabile ricostruzione storica sulla vita del grande pittore inglese, però due ore e mezza che producono il classico effetto mattone.